venerdì 25 maggio 2018

Il '68: una porcheria nel suo 50° anniversario.


La scintilla è lì, il 3 maggio 1968 alla Sorbonne icona francese dai tempi di San Tommaso, e la motivazione giusta e sacrosanta: la libertà di studio e di insegnamento. La stessa dei moti studenteschi del 1229, sempre alla Sorbonne, che videro sulle barricate con gli studenti, in sua difesa, tra gl'altri, appunto l'aquinate che per l'occasione uscì con il suo scritto più accorato: “Contra impugnantes Dei cultum et religionem” (all'epoca Tommaso era un grande ed inviso progressista). Nel '68 sulle barricate con gli studenti ci sono professori ed intellettuali non meno famosi e significativi di Tommaso ai suoi tempi (ne cito solo alcuni): un 


giovane e brillante Michel Foucault autore di testi come “Sorvegliare e punire”, “Il potere psichiatrico” “La storia della follia” “L'ermeneutica del soggetto”; una già attempata Simone De Beauvoir icona del femminismo francese e della resistenza; il suo compagno di sempre, amico di Foucault, Jean Paul Sartre: “L'essere ed il nulla”, “La Nausée”, “Les mains sales”. Tuttavia, se nel 1229 la sommossa raggiunge intensità significative, essa si appella però direttamente alle massime autorità civili e religiose, il Re ed il Papa, per i propri diritti, mentre invece nel 1968 le rivendicazioni assumono assai presto connotazioni antisistemiche tout court dove il 


sistema è avversato perché tale. Il “maggio francese” diventa una cassa di risonanza in cui confluisce tutto un filone iniziato negli anni '50 e '60 con forte diffusione grazie soprattutto, ancor prima che all'università, alla musica ed al cinema. Tra le icone più celebri i Beatles, i Rolling Stones, Bob Dylan, i Queen; per il cinema il celebre “Pat Garret e Billy the Kid” e le tante interpretazioni di John Wayne. La concezione che ritroviamo è però a ben vedere più datata e la si ritrova in pieno in quei figli deviati dell'Illuminismo che furono i romanticisti, in particolare ben ritroviamo molto di Nietzsche e di Leopardi. La 


radice filosofica la ritroviamo in una non corretta lettura di Platone già ai tempi del Rinascimento. C'è la cristallizzazione del pensiero di Platone ne “La Repubblica o sulla giustizia”, “Il Simposio”, “ il “Teeteto”, il “Gorgia”. In particolare la concezione – al pari che in Nietzsche, Leopardi e nelle correnti anni '50 e '60 - astratta dell'uomo che di fatto è sradicato dalla famiglia, dalla patria, dalla storia. Da qui una concezione del diritto e della giustizia falsati. Correttamente nei “Lineamenti di filosofia del Diritto” (ma anche nell' “Enciclopedia”) Hegel osserva come sia con la 


nascita della Famiglia, primo nucleo della società e dello Stato che il diritto passi da astratto a diritto concreto. Platone invero fa anch'egli questo passo quando nel suo ultimo scritto (fu trovato “addormentato” mentre ne ricorreggeva il testo già ultimato), i “Nomoi”, le Leggi, si chiede quale debba essere non il diritto astratto e lo Stato ideale, bensì il diritto concreto nello Stato storicamente dato. Non c'è più, come negli scritti di prima, l'Eros che è anche pederastria o omosessualità, bensì amore di coppia – eterosessuale – finalizzato alla procreazione. E' il punto che Nietzsche e Leopardi (di entrambi sono note le tendenze 


omoerotiche) e le correnti anni '50 e '60 così come il '68, rigettano. L'uomo che ne risulta è un uomo sradicato senza famiglia, patria e storia, quello riproposto da tanti media di oggi e celebrato perché utile al capitalismo. E di fatto, come ha ben evidenziato più di una indagine economica, i sessantottini sono i “ribelli” più ricchi nella storia della Francia: una sommossa radical chic come acutamente osservava Pier Paolo Pasolini: “La piazza borghese contro i poliziotti proletari”. Con il rigetto del diritto che passa alla concrezione con la famiglia, si pongono le radici dei movimenti LGBT, Gender, matrimoni gay, uteri in affitto, concezione in provetta e 


quant'altro. L'esito più nefasto è la rottura dell'equilibrio tra persona e società, che, se è vero che prima era un tantinello spostato sul lato della società, adesso lo è sulla persona. Ma così il concetto stesso di persona è mutato radicalmente. La società invece è distrutta con tassi di geriatria e decessi che non possono essere più pareggiati dalle poche nascite. Insomma si porta avanti una ideologia di disidentità e di morte. E, forse, non è un caso che siano dei satanisti Mick Jagger degli “Stones”, Freddie Mercury dei Queen, Bob Dylan e John Lennon. Vogliono, come tutto il '68, collocarsi “oltre”, superare, andare “al di là”: stanno 


uccidendo il nostro mondo a cominciare dalla Famiglia, dalla Patria, dalla Cultura, dalla Persona. Solo in Italia ogni due anni scompare per denatalità una città come Messina, 350.000 abitanti. Se si fosse gettata un'atomica se ne parlerebbe tra duecent'anni, così non dice niente nessuno... Al tempo con l'immigrazione ne sorge un'altra di 250.000 abitanti: una vera sostituzione etnica. Ecco la realtà dell' “oltre”. Michel Houellebecq bene descrive il '68 come “l'anno della catastrofe, che ha lasciato solo miseria, individualismo e violenza”. In sintesi: il 68? Una Porcheria.
francesco latteri scholten.

martedì 8 maggio 2018

A 50 anni dalla pubblicazione di Humanae Vitae. Verità, fedeltà e profezia nel Magistero di Paolo VI.


Quest'anno ricorrono i 50 anni dalla pubblicazione – era il 25 luglio del 1968 – dell'Enciclica Humanae Vitae di Papa Paolo VI, che, come i più sapranno, condensa, nei suoi 31, brevi capitoli, una magistrale ed insuperata sintesi degli insegnamenti morali della Chiesa Cattolica su temi che vanno dalla pratica della castità coniugale, da iscriversi sapientemente nel quadro di una mutua relazione di grazia che ha origine e fondamento nel vincolo sacramentale del matrimonio, all'esercizio responsabile e libero della genitorialità, nella cui trasparenza cogliere la ratio prima ed ultima delle dinamiche sessuali di coppia; dalla liceità del ricorso ai metodi di regolazione naturale della fertilità, resi oggetto di un giudizio informato ad una concezione antropologica che fonda da sempre il magistero universale ordinario della Chiesa in materia morale, agli effetti molteplici, crescenti, per molti versi esiziali, legati al diffondersi su scala globale di una mentalità contraccettiva. Si sarebbe portati a dimostrare la verità degli insegnamenti contenuti, in ordine a detti temi, in questa Enciclica muovendo esclusivamente dall'analisi storica delle reazioni che essa fin dall'origine ha generato. A dire che, se da sempre la Chiesa è stata chiamata ad essere “segno di contraddizione” agli occhi di popoli e di ere accecati da un attaccamento idolatrico alla cose ed alla mentalità del mondo, l'eroicità inconcussa del μάρτυς, del testimonio immarcescibile, è esattamente ciò che si può cogliere guardando al travaglio intimo e, al contempo, alla serena e lucida fermezza conservata, nel tempestoso iter che portò all'elaborazione prima e alla 


promulgazione poi dell'Humanae Vitae, da parte di Paolo VI. Detto iter ebbe inizio nel 1963, quando Giovanni XXIII decise di istituire una "Commissione pontificia per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità", col compito di ricercare e proporre soluzioni circa la possibile conciliazione dottrinale tra la morale tradizionale cattolica in materia sessualità coniugale e le tecniche di regolazione delle nascite. La vulgata neomaltusiana, particolarmente in voga all'epoca – siamo alle soglie del '68, del decennio cioè che avrebbe rivoluzionato, su scala globale, costumi, abitudini e forma mentis di intere generazioni– aveva permeato potentemente le agende e la comunicazione istituzionale dell'ONU e di altre organizzazione non governative come l'International Planned Parenthood Federation, veicolando il consunto, allarmistico proclama circa la crescita esponenziale e fuori controllo della popolazione, e agitando lo spauracchio di sempre, l'incapacità del pianeta di rigenerarsi e garantire una copertura alimentare per tutti. Da qui l'interesse anche da parte del Papa e delle gerarchie vaticane per questi temi, che si sarebbe sostanziato nella creazione della Commissione già menzionata, voluta da Giovanni XXIII. Lo studio operato da parte di questa sarebbe proseguito fino al 1966 quando la Commissione consegnava l’esito dei lavori, che veniva tuttavia secretato in attesa delle decisioni di Paolo VI, nel frattempo assurto al soglio pontificio. Ma, prima di conoscere il parere del Pontefice, nell’aprile del 1967, venivano riportati sulle principali testate internazionali i risultati delle votazioni finali avvenute in senso alla medesima Commissione. Si racconta dell'esistenza di due pareri contrastanti, uno favorevole al riconoscimento della liceità morale della "pillola contraccettiva", approvato con 70 voti, e uno contrario, approvato con soli 4 voti, versione tuttavia mai confermata ufficialmente. Paolo VI, allora decise di giocare un'altra mossa, che sarebbe stata decisiva e dirimente. Incaricava prima la Congregazione della dottrina della fede, che avrebbe lavorato al testo dal giugno del ’66 fino alla fine del ’67, e poi la Segreteria di Stato, che invece avrebbe operato sullo stesso fino alla metà del ’68. L'obiettivo era quello di 


approfondire il caso, ascoltando il parere autorevole di nuovi esperti: il materiale complessivamente raccolto sarebbe alla fine servito a Paolo VI per scrivere e pubblicare l'Humanae vitae. L'Enciclica si apre accennando ad un nodo cardine dell'articolata e sistematica riflessione condotta da Paolo VI, quello cioè relativo al «gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore» (Humanae Vitae, n. 1), aspetto che fin da subito viene posto in connessione con una serie di nuove, urgenti questioni che l'evolversi della società ha generato e che «la Chiesa non può ignorare» (Ibidem). Tali urgenze, a detta del Pontefice, attengono: 1) alla rapidità dello sviluppo demografico che porta con sé tentazioni di controllo biopolitico della crescita delle popolazioni da parte dei governi nazionali e degli organismi internazionali; 2) all'accresciuta esigenza di regolare le nascite all'interno dei singoli nuclei familiari, col fine di garantire condizioni di vita migliori alle nuove generazioni; 3) agli scenari inediti venuti a configurarsi in seguito ai nuovi ruoli sociali riconosciuti alle donne e alla mutata considerazione culturale delle stesse che ne è derivata; 4) alla straordinaria ampiezza e profondità dei progressi compiuti dall'uomo quanto al dominio razionale ed organizzazionale delle forze della natura, per mezzo dell'ausilio della tecnica. A fronte di tali, epocali sfide si facevano sempre più pressanti le domande volte a questionare la validità di norme morali la cui efficacia pareva messa in discussione dall'accresciuta difficoltà a garantirne, nei mutati contesti culturali e sociali, una reale osservanza, «dato l'accresciuto senso di responsabilità dell'uomo moderno, [che induce a chiedersi se] non sia venuto il momento di affidare alla sua ragione e alla sua volontà, più che ai ritmi biologici del suo organismo, il compito di trasmettere la vita» (HV, n. 2). Domande, quindi, che, come si può facilmente intuire, mettevano in dubbio la validità della stessa «dottrina morale del matrimonio, dottrina fondata sulla legge naturale e arricchita dalla rivelazione divina» (HV, n. 3). Solo nella profondità di tale respiro metafisico, si può dare infatti contezza piena della valenza soprannaturale del matrimonio 


cristiano, «sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell'umanità il suo disegno di amore. Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione ed educazione di nuove vite» (HV, n. 8. Vengono, all'interno di questi passi ispirati, sapientemente condensati i gangli della dottrina cristiana sul matrimonio, la cui singolare importanza, nell'economia complessiva degli strumenti di santificazione e salvezza messi a disposizione dell'uomo, si evince oltre che dal numero e dall'ampiezza dei passi biblici che ad esso espressamente si riferiscono, anche dal fatto che Cristo stesso lo avrebbe innalzato alla dignità di sacramento, ovvero di segno tangibile, efficace ed immanente della sua Grazia trascendente e salvifica, che la Chiesa è chiamata a dispensare per mezzo di ministri le cui funzioni, in questa specialissima fattispecie, vengono assolte dagli stessi nubendi. Ora, la finalità costitutivamente propria dell'espressione corporea della loro sessualità, è data dalla fecondità potenziale di un atto di amore che è strutturalmente aperto all'esistenza di chi non è ancora, alla generazione cioè di una nuova vita. L'apertura alla procreazione è cioè una componente intenzionale coessenziale dell'atto coniugale, dal momento che la stessa unione genitale degli sposi è finalizzata intrinsecamente alla comunicazione della vita, come donazione integrale e reciproca che gli stessi sono chiamati ad attuare. A dire che l'unione carnale dei coniugi non è mai un incontro situabile solo a livello biologico, perché la sua fecondità simbolica permane immutata a prescindere dall'effettivo avvio di un processo fisiologico che porterà alla generazione di una nuova vita. La procreazione responsabile è, piuttosto, deliberata apertura alla vita da parte dei coniugi che si donano nella loro totalità e proseguono questa donazione d'amore prolungandone gli effetti nell'assolvimento congiunto del compito educativo. Portato fuori dal contesto dell'amore coniugale, 


pertanto, l'atto riproduttivo smarrisce la sua dignità di atto nel quale gli sposi cooperano al disegno di Dio nella creazione di una nuova vita, perde cioè la sua profondità e consistenza propriamente sponsale. La mediazione corporea, infatti, interrompe il nesso di causalità tra decisione procreativa e nascita di una nuova vita e apre simbolicamente al mistero di una vita “altra” rispetto a quella dei genitori, alterità che, a prescindere dalla sola concatenzione biologica degli eventi unitivi, è insieme indice e cifra della sua dignità singolare, ineludibile e irripetibile, in una parola della sua dignità personale. E solo in una prospettiva personalista siffatta possiamo finalmente cogliere la fisionomia originaria e propria dell'atto coniugale. È questo il significato profondo che emerge dal tessuto argomentativo dell'Humane Vitae, confermato, tra l'altro, nella pienezza della sua valenza dottrinale, dalla Familiaris Consortio: tra i due significati dell'atto coniugale, unitivo e procreativo, vi è una implicazione reciproca, nel senso che l'unità tra i coniugi sarà piena solo se vi sarà una contestuale disponibilità ad accogliere una nuova vita: «Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l'atto coniugale conserva integralmente il senso mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all'altissima vocazione alla paternità» (HV, n. 12). Innestare il contributo unitivo dei coniugi in una progettualità che li comprende e li supera infinitamente, significa far propria quella concezione che vede il figlio come un dono, la determinazione delle cui fattezze, non solo somatiche, mai potrà dirsi nella disponibilità esclusiva dei genitori, che dunque sono una volte per tutte chiamati ad uscire dalla logica dell'attuazione di un “progetto generativo”, attraverso il quale poter dare concretezza ai loro deliberati desideri procreativi. La paternità responsabile non è infatti attuazione rigida e fredda di un'attività programmatica –come accade, ad esempio, nella messa in atto di un progetto procreativo che domandi l'ausilio delle tecnica in fase di fecondazione, sia essa omologa od eterologa– ma è piuttosto l'assenso prestato ad un compito che chiede “cor-responsabiltà”: la scelta di avere un figlio non è mai solo una conseguenza esclusiva e diretta 


della decisione generativa dei coniugi, ma quando si affida alla mediazione dell'unione corporea propria dell'atto coniugale, accetta di sostanziarsi in una forma di adesione ad un progetto previo, ad un precedente disegno nel quale i coniugi scelgono di entrare liberamente, ma il cui contributo non esaurisce completamente. È in questo senso allora che ogni tentativo messo in campo dai coniugi con il fine specifico di alterare l'incedere fisiologicamente proprio di un processo generativo, non può non esser visto come un'interferenza indebita nei dinamismi attuativi di una simile progettualità trascendente: è da escludersi dunque la liceità morale di qualsiasi azione che, «o in previsione dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione» (HV, n. 14). La fisiologica potenzialità procreativa dell’unione coniugale è un bene così intimamente radicato nei dinamismi di coppia e nella natura amorosa dei suoi rapporti che, pur in presenza di altri requisiti dell’amore coniugale, il suo impedimento contraccettivo non può essere ottenuto senza una simultanea ferita alla dignità delle loro persone e all’integrità dei significati oblativo e unitivo del rapporto, integrità che, sola, lo rende autenticamente umano. Nella sua originaria “verità”, infatti, la sessualità sponsale parla il linguaggio della reciproca donazione e dell'accoglienza totale (“io mi dono totalmente a te e ti accolgo totalmente”), mentre nel dispiegarsi dell'artificio contraccettivo viene costretta parlare un linguaggio ad essa estraneo, il linguaggio delle reciproca negazione (“non mi dono totalmente e non ti accolgo totalmente”). Il riconoscimento auto-osservativo della fertilità femminile, ciclicamente ricorrente, è che alle coppie desiderose di avere un figlio rende possibile lo svolgimento mirato della sessualità nel periodo fertile del ciclo e alle coppie bisognose, per gravi ed ineludibili ragioni, di dovervi rinunciare, mediante il suo svolgimento elettivo nei periodi fisiologicamente non fertili della donna, rende possibile la salvaguardia della pienezza dei loro atti coniugali, che sarebbe viceversa violata dal ricorso alle pratiche contraccettive. Un esercizio rispettoso della propria e altrui fertilità, da parte di ogni coniuge, all'interno di ogni singolo atto coniugale, realizza la virtù della castità sponsale, disposizione morale capace di richiamare i protagonisti all'esercizio congiunto di tutte le virtù veramente necessarie alla vita matrimoniale colta nel suo insieme, oggi radicalmente messa in discussione 


tanto dal ricorso sfrenato ad una sessualità di coppia che ha sempre più i tratti della megalomania pornografica, quanto dal ricorso alle tecniche di manipolazioni non terapeutiche della fisiologia procreativa. La pratica dell'astensione dalla sessualità tra i coniugi nei periodi fecondi, in nessun caso può essere assimilata alla decisione di una sessualità deliberatamente deprivata della sua connaturale apertura alla vita: vero è che in entrambi i casi i coniugi perseguono l'obiettivo di evitare una gravidanza, ma solo nel primo, la gravità obiettiva dei motivi che si accompagna a tale scelta domanda che essa si sostanzi nell'astensione completa dai rapporti nei periodi fecondi, per continuare a fruire, nei periodi ciclicamente infertili, di quella che costituisce una componente intimamente necessaria alle dinamiche dell'amore coniugale, l'esercizio responsabile e rispettoso della sessualità appunto. Nel caso del ricorso alle metodiche contraccettive, invece, in nessun momento vengono considerate le esigenze: 1) della continenza periodica, da iscriversi nel più ampio quadro della castità coniugale; 2) dell'astensione dal ricorso ad un uso strumentale della medesima componente sessuale; 3) della rinuncia ad interferire nell'incedere fisiologico delle naturali dinamiche delle sessualità coniugale, aspetti tutti che, al contrario, nella pratica dell'astensione dai rapporti matrimoniali nei periodi fertili, vengono pedissequamente osservati ed onorati. È per questo che «i due casi differiscono profondamente tra di loro: nel primo i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell'altro caso impediscono lo svolgimento dei processi naturali» (HV, n. 16). Parlare allora dei beni della castità, matrimoniale e non, della indisgiungibilità del momento unitivo e procreativo dell'atto sessuale coniugale, della regolazione naturale della fertilità di coppia, come di virtù morali naturali, significa leggerne l'essenza alla luce non solo della ragione pratica che, illuminata dalla fede, può coglierne il senso autentico, ma anche appurarne il loro essere naturalmente preordinate a favorire lo sviluppo umano integrale di ogni persona, così come il dispiegarsi in pienezza della donatività reciproca ed incondizionata sottesa all'esistenza del vincolo sponsale, beni che sono tali agli occhi di ogni ragione che voglia dirsi tale, che non voglia cioè ingannarsi deliberatamente. Uno stile di vita coniugale ispirato 


ad un simile esercizio virtuoso della sessualità sponsale non solo agevola l’edificazione serena e fruttuosa della primordiale cellula di ogni società umana, qual è la famiglia nucleare, ma fa sì anche che i suoi benefici effetti si estendano agli altri ambiti della vita di relazione, propiziando la realizzazione di un altro sogno vagheggiato dalla visionarietà profetica di Paolo VI, quello dell'instaurazione di una “civiltà dell'amore” che sola potrà rendere la città terrena ad immagine di quella celeste. L'eclissi lenta, progressiva, inesorabile di una cultura della sessualità coniugale ultimamente fondata sull'antropologia cristiana della castità sponsale, i cui tratti precipui abbiamo cercato di sbozzare fin qui, ha prodotto la diffusione, ormai su scala globale, della cosiddetta “mentalità contraccettiva”, intendendosi, con questa locuzione, un modello culturale che ha realizzato una serie interminabile di esiziali effetti a catena, che vanno dall'aborto alla banalizzazione della sessualità con conseguenti ricadute sulla moralità dei singoli come delle collettività nel loro insieme; dalle violenze a sfondo sessuale alla strumentalizzazione della donna; dalla pornografia all'adozione sempre più massiccia di soluzioni biopolitiche di controllo delle nascite; dalle distruzione dell'unione matrimoniale e della famiglia, con conseguente aumento del numero dei divorzi ai casi di marginalizzazione sociale delle fasce più deboli. Tutto questo dimostra inequivocabilmente come l'inquietudine di Paolo VI, la sua insonne ansia di sventare la minaccia dell'irrompere sulla scena sociale mondiale di una mentalità siffatta, al costo pure di tante sofferenze, umiliazioni, incomprensioni, era nient'altro che la mesta prefigurazione, il triste presagio di una rivoluzione antropologica che di lì a poco avrebbe subdolamente offerto a generazioni e popoli i suoi ingannevoli frutti di distruzione e di morte. Da qui la sua profetica insistenza sull'integrità ed integralità del messaggio che la Chiesa doveva continuare a trasmettere, senza lasciarsi influenzare dal carattere radicale e polemico della montatura mediatica che di lì a poco l'avrebbe investita, ma anzi ribadendo che la sua vocazione ad essere “segno di contraddizione”, e dunque non cessando per un istante dalla sua missione «di proclamare con serena fermezza tutta la legge morale, sia naturale che evangelica. Di essa la Chiesa non è stata autrice, né può quindi esserne arbitra; ne è soltanto depositaria ed interprete», e come tale essa sola è in diritto di reclamare il suo ruolo di sempre, quello di «amica sincera e disinteressata degli uomini che vuole aiutare, fin dal loro itinerario terrestre, “a partecipare come figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini”» (HV, n. 18).
Antonio Casciano, Elio Card. Sgreccia.

domenica 18 febbraio 2018

Presto Santo Paolo VI, Papa del compimento del Concilio e del NO alla deriva marxista.


E' contrario al genio del cattolicesimo, al regno di Dio, indugiare nel dubbio e nell'incertezza circa la dottrina della Fede” Paolo VI. Sarà canonizzato entro quest'anno il Beato Paolo VI, lo ha ribadito in occasione del tradizionale incontro quaresimale con il clero della diocesi di Roma a San Giovanni in Laterano, Papa Francesco nella presentazione di una raccolta di testi di riflessione per la quaresima, da Paolo VI a Francesco. Il miracolo riconosciuto dalla Congregazione delle cause dei Santi il 6 febbraio u.s., riguarda la guarigione di una bimba ancora non nata, in sintonia con la Humanae 


Vitae. Il riconoscimento delle virtù eroiche è di Papa Benedetto XVI e data 20 dicembre 2012, la beatificazione è del 19 ottobre 2014 a firma Papa Francesco. Un papato assolutamente non facile quello di Giovan Battista Montini, nato a Concesio il 26 settembre 1897, eletto il 21 giugno 1963 262° Vescovo di Roma. L'inizio è in pieno Concilio Vaticano II – ex post l'evento più importante del XX° secolo - per la mancanza di Giovanni XXIII. La riapertura del Concilio fu annunciata a soli sei giorni dall'elezione in un radiomessaggio in cui si davano 


anche delle indicazioni assai chiare: Pio XI e Pio XII, Giovanni XXIII. Fu appoggiato apertamente l'indirizzo del Card. Bea. Tra i punti fondamentali la modernizzazione della Chiesa senza cedere al modernismo, l'unità dei cristiani ed il dialogo con il Mondo. Riferimento per i Padri doveva essere, spiegò Paolo VI, la “Mystici Corporis Christi” di Pio XII, perciò niente nuove definizioni né dogmi. Per quanto riguarda invece struttura e gerarchia della Chiesa Paolo VI ribadì con una nota previa il primato del Papa sui vescovi. “Modernizzazione nella Tradizione” è stato il motto di Papa Montini lo stesso motto di uno dei teologi rampanti di 


allora, poi creato Cardinale dallo stesso, Joseph Ratzinger. Il proponimento più importante del Concilio è detto da Paolo VI in poche semplici parole: “Tutti i fedeli in Cristo di qualsiasi rango o status, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della Carità; così la Santità è e può essere promossa nelle società terrene”. La rinuncia alla Tiara o Triregno e la istituzione del Sinodo dei Vescovi quale organo permanente sono altrettante concrezioni di modernizzazione nella Tradizione. La lotta al modernismo figlio dell'Illuminismo ateo e razionalista della Rivoluzione Francese, apertamente anticristico, è 


una connotazione di fondo: “il fumo di Satana ormai è entrato anche nella Chiesa”, ebbe una volta a dire, assai turbato, come a suo tempo Leone XIII. Un modernismo ateo, secolarizzato ed anticristico che prenderà corpo apertamente nelle contestazioni di massa del 1968 appoggiato da tanta musica e cultura rock. Influenza sociale che diventerà politica e coinvolgerà anche il mondo cattolico ed i partiti di ispirazione cristiano cattolica, le leggi e dunque la 


normazione sociale. E qui l'azione è difficile. Difficile assecondare le istanze cristiano umanistiche e sociali di una sinistra DC, segnatamente quella di Aldo Moro, ed al tempo segnarne nettamente la distanza da posizioni umanistico sociali apparentemente assai vicine ma invero facenti capo ad un irriducibile materialismo ateo e secolarizzato. Stima ed amicizia ad Aldo Moro ma un no secco a quella politica che, se quella mattina non fosse occorso il tragico rapimento, avrebbe quel giorno stesso segnato 


l'ascesa dei comunisti al Governo. No allo stesso fumo di Satana nella Chiesa, la “teologia della liberazione” ed in questa lotta sarà affiancato con decisione da Ratzinger e soprattutto dal suo successore Giovanni Paolo II. Un No per dire SI' al vero fine ultimo: amare l'uomo per amare Dio. “... amare l'uomo diciamo non come strumento, ma come primo termine verso il supremo termine trascendente, principio e ragione d'ogni amore.” Paolo VI, chiusura Concilio Vaticano II.
francesco latteri scholten

Trump proLife: Vita, Famiglia, Scienza... e per gli USA è Boom economico.


L'immagine più bella di The Donald, quella dove abbraccia una bimba Down: E' l'immagine della sintesi della radicale inversione di rotta degli USA in campo eticoLa Scelta (con la esse maiuscola) più importantee foriera delle maggiori e più profonde conseguenze negli USA e nel mondoè, indubbiamente, quella dell'adozione del criterio scientifico nelle questioni etiche e la negazione delle altre quali ideologie. E' la concezione dei razionalisti e degli scienziati, da Cartesio e Galileo sino ad Einstein, dei politologi e teologi da Hobbes o Bellarmino sino alla “Fides et Ratio” di Ratzinger e Giovanni Paolo IIScienza e Fede sono due diverse rivelazioni attraverso cui ci parla Dio e dunque, se correttamente interpretate, portano alla stessa VeritàThe Donald ha giustamente 


osservato che “il criterio scientifico porta a chiarezza sui temi di maggior dibattito ed impatto sociale quali la Vita, l'aborto, il no gender, etc.” Per la scienza il corredo cromosomico dell'ovulo fecondato infatti non è quello della madre bensì quello della madre e del padre, dunquel'aborto è un omicidio – lo diceva già anche Pasolini – e la donna non ha il diritto di disporre a suo piacimento dell'embrione. Ancora:per la scienza per l'uomo, come per tutti i mammiferi, la generazione avviene tramite l'unione del maschio con la femmina. Dunque niente gender, niente unioni Gay, niente cambio di sesso, niente utero in affitto etc. E' proprio la scienza a riportare i valori classici della Cultura Giudaica e Cristiana di sempre: la Tradizione. 


La nuova direzione è sagacemente portata avanti con azioni politiche, simboliche, legislative, ma anche concretamente economiche. Così il 22 gennaio data simbolo, dal 1973, dell'approvazione da parte della Suprema Corte della Roe vs Wade, la “194” americana, da ieri è stata dichiarata ufficialmente “Giornata nazionale della sacralità della Vita”. Coerentemente i finanziamenti per le società americane che praticavano su vasta scala l'aborto (sostenute fortemente da Obama/Clinton), sono stati banditi. Non senza orgoglio, il Presidente USA ha potuto dichiarare: “Sempre più americani sono pro Life. Sotto la mia amministrazione difenderemo sempre il diritto alla vita.” Altro atto importante per la concrezione di questa 


politica è la istituzione del nuovo ufficio “per la libertà di coscienza e religiosa” per proteggere medici ed infermieri e lavoratori della sanità contrari all'aborto o alle operazioni di cambio del sesso. Con buona pace dei vincitori del neoistituito – dallo stesso Trump – Premio Internazionale Fake News, New York Times e CNN, la politica di The Donald ha il sostegno di milioni di americani ed è in netta crescita l'apprezzamento della sua pro-Life. Trump è il primo Presidente USA a partecipare e ad impegnarsi a spada tratta per il Family Day 


la sua politica da 45 anni a questa parte. Dei nuovi orizzonti aperti profitta in pieno anche l'economia USAuscita dalla crisi ed in piena impennata. Insomma, meritatissima la copertina di TIME e l'apprezzamento dei cattolici USA.
francesco latteri scholten.

giovedì 15 febbraio 2018

Antipapisti, “Al cuore di Ratzinger al cuore del mondo”: nel mirino dopo Francesco anche Benedetto XVI e il Vaticano II.


E' uscito “Al cuore di Ratzinger al cuore del mondo” di Enrico Maria Radaelli già collaboratore di Antonio Livi, uno dei firmatari contro la “Amoris Laetitia” e mente di siti come “la bussola” ostili a Papa Francesco, che ne scrive la prefazione. Escono allo scoperto così gli antipapisti, cui non solo Papa Francesco, ma neppure San Giovanni Paolo II o Paolo VI andavano a genio. L'intenzione e la mira sono ora chiare e precise: colpire Joseph Ratzinger per colpire il Concilio Vaticano II di cui l'allora giovane Professore rampante di teologia è stato uno dei protagonisti, appunto: al cuore di Ratzinger, al cuore del mondo. Sotto accusa la concezione ratzingeriana che si chiede esplicitamente al 



Papa emerito di emendare pubblicamente, come già a Bergoglio con i dubia. Concezione formulata apertamente nella raccolta di lezioni “Introduzione al cristianesimo” che ha fatto di Ratzinger uno dei massimi teologi del Novecento, ma che sarebbe invero anteriore e che si ritroverebbe molteplicemente disseminata nel Concilio Vaticano II e, segnatamente, nella Gaudium et Spes. L'accusa a questa concezione è che i dogmi, della fede sarebbero interpretati con schemi concettuali propri del soggettivismo moderno e che l'apologetica si sarebbe così spostata dalle ragioni per credere del 


Vaticano I alla semplice volontà di credere e così nell'animo del credente all'atto di fede sarebbe sempre associato il dubbio. Negazione perciò del Concilio Vaticano II e ritorno al I, facendosi forti anche della crisi di fede dell'uomo di oggi, specie in Europa e concomitantemente del crollo di vocazioni e fedeli. Tuttavia il discorso non quaglia, sebbene infatti alcuni passi della “Amoris Laetitia” possano essere formulati in modo non ottimale, diversi religiosi e teologi possano avere posizioni discutibili (perlomeno a parere di Livi Radaelli & C), da 



Enzo Bianchi a Padre Sosa, a Ravasi a Schillebecq a Kungvanno ricordati alcuni punti: 1) agl'antipapisti non vanno bene neppure Papi eminenti di epoca preconciliare quali Leone XIII, Pio XI e Pio XII, per citarne alcuni; 2) il Concilio Vaticano II fu indetto per ovviare alla grandissima stagnazione e crisi della Chiesa dell'epoca; 3) il Concilio Vaticano II ha saputo assai bene ovviare a quella crisi e dare slancio forte alla Chiesa del suo tempo. E' qui poi evidente che non si 


voglia neppure semplicemente un – peraltro già assai discutibile ed irrisolvente – ritorno al Vaticano I, bensì qualcosa di di più. Insomma Livi, Radaelli & C. porterebbero davvero più Cristo e più fede al mondo? Credo proprio di no. Il Vaticano I è stato un momento valido ed importante per la Storia della Chiesa ed è stato la base che ha portato al Vaticano II che si è fatto perché ormai si era su un binario morto. E, va 


ricordato, il Vaticano II è stato uno degli eventi più importanti del Novecento e sulla sua scia si è arrivati ad uno dei migliori testi di sempre della Chiesa, la “Fides et Ratio” scritta a quattro mani da San Giovanni Paolo II e Joseph Card. Ratzinger: la Chiesa che ha sconfitto le ideologie ed abbattuto il muro di Berlino.
francesco latteri scholten.