sabato 1 aprile 2017

Due grandi pensatori del Novecento a confronto: Edith Stein, la santa e martire, e Jean Paul Sartre, l’ateo che a volte ha vissuto come se Dio ci fosse.


Due grandi figure di quella che è stata la più cospicua corrente filosofica del Novecento, quella fenomenologico esistenzialista, che ascrive a proprio padre Edmund Husserl. Edith Stein fu sua assistente, Sartre il principale diffusore in Francia del suo pensiero. Riferimento precipuo sono l’ “intenzionalità”, l’ “epoche”, la ripresa e lo sviluppo del “cogito” cartesiano, il “mondo della vita”.
Sono i temi ripresi e portati avanti – spesso anche con profondi distinguo – dai discepoli. Anche dai due nostri. L'andamento generale dell'evoluzione o dello sviluppo del pensiero della Stein è - a grandi linee - similare a quello del filosofo francese. Anche la filosofa tedesca partendo dalla intenzionalità di Husserl guarda dapprima al soggetto, alla persona, per volgersi poi alla comunità, alla società, allo stato. In Sartre lo spostamento è più progressivo e l'oggetto del suo interesse è prima il soggetto, ne "La trascendance de l'ego" e "L'etre et le néant" poi la società nelle due "Critique" ed in fine la morale negl'incompiuti e bellissimi "Cahiérs". Nella Stein c'è - fin dall'inizio - una maggiore interconnessione, un maggior intreccio, ci si muove, già da quella che è la sua prima opera, pubblicata come saggio - "Psicologia e scienze dello spirito" (1922) - dalla persona, ma già in questo stesso saggio la concezione della persona è subito relazionata alla concezione della comunità e dello stato che trovano una loro esposizione nella seconda parte dello stesso. L'interesse si volge alla società già nel 1925 con "Lo 


Stato", ma si indirizza poi in maniera decisa - e ciò sarà fondamentale - allo studio di Tommaso d' Aquino. Questo percorso e soprattutto il punto di partenza diverso da quello sartriano, la tesi di laurea della Stein è sul "Problema della empatia", e quindi su una diversa impostazione della interpretazione dell'intenzionalità husserliana, le consentiranno di non cadere nella empasse intenzionalizzante / intenzionalizzato dalla quale non riuscirà ad uscire Sartre e che infine porteranno il francese a "lo sguardo pietrifica l'altro". La concezione di Edith Stein ne "La struttura della persona umana" è insieme simile e diversa a quella del francese. E' simile la concezione dell'intenzionalità, ma sono diversi e gl'approcci e gli sviluppi, è quasi identica la concezione del "sé", ma è diversa quella dell' "Io" dove la Stein riprende l' "Io" puro di Husserl che Sartre nega, è praticamente identico il concetto di habitus che la Stein riprende da Tommaso, anche se Sartre non lo riprende da Tommaso e lo chiama "qualità", ma è un termine che usa anche la Stein, ma alla filosofa tedesca ciò consente di riprendere l'etica tomista, il francese, alla fine di "L'etre et le néant" si capacita che tutta la tematica svolta nell'opera rimanda di necessità ad una morale e da questa necessità prenderà le mosse proprio per lo sviluppo dei "Cahiers pour une morale", cui lavoreà per tutta la vita, ma che resteranno incompiuti. Nella sua prima opera "Psicologia e scienze dello spirito" la 


Stein inizia la sua analisi dalla disamina dei vissuti e del loro flusso.
Il flusso di coscienza originario è un puro divenire; da lì fluisce il vivere e il nuovo vi si aggiunge in una produzione continua, senza che ci si possa chiedere "per mezzo di che cosa" quello che diviene è prodotto, ovvero causato. In nessun punto del flusso la nascita di una fase da un'altra può essere considerata un "essere causato": una emerge dall'altra e il "donde" originario rimane nell'oscurità. Mentre le fasi fluiscono le une nelle altre, non si costituisce una serie di fasi interrotte, ma più propriamente un flusso unico e in continua crescita. Non avrebbe neanche senso, perciò, chiedersi se vi sia una "connessione" di fasi: una connessione è necessaria soltanto per gli anelli di una catena, ma non per un continuum indiviso ed indivisibile.
E' il punto da cui era partito anche Sartre, che parimenti vi era rimasto affascinato, e da esso aveva tratto la conclusione della natura trascendente ed autotrascendente dell' "Io", dell' "Egò", ed il suo continuo prodursi, - poiein?-, anch'esso in qualche modo inspiegabile per il francese, al punto da usare per definire questo processo la parola "magico". Lo sguardo della Stein è diverso, c'è una osservazione importante già nel brano citato:
In nessun punto del flusso la nascita di una fase da un'altra può essere considerata un "essere causato": una emerge dall'altra e il "donde" originario rimane nell'oscurità.


Ella si connette - anche se in senso negativo - e perciò più propriamente si distanzia dalla causalità, dal principio di causalità quale esso è inteso in senso comune, ossia alla causalità fisica. E' una posizione - e lo sivedrà meglio - che porterà la filosofa tedesca a distinguere la causalità psichica da quella fisica. Il brano successivo ci mostra proprio come lo sguardo della Stein apra un orizzonte completamente diverso da quello del francese:
Allora, come si giunge a parlare di vissuti "nel" flusso e di una relazione o connessione di tali vissuti? Prima di poter dare una risposta a questa domanda, dobbiamo osservare ancora più da vicino questo prodotto particolare, cioè il flusso continuo e la modalità del divenire che in esso si presenta. Non v'è tra le fasi una divisione tale che, con il divenire della nuova svanisce di volta in volta, anche la vecchia, sparendo nel nulla; se ciò accadesse, avremmo sempre soltanto una fase singola e non si potrebbe produrre un flusso unitario. Non accade nemmeno che ciò che si produce di volta in volta si irrigidisca nel divenire e rimanendo fermo a quel punto perisca morto, fisso e immutabile, mentre il nuovo diviene e vi si aggiunge, come in uno sviluppo lineare. Nel flusso ci sono entrambi gl'aspetti, senza però che esso si identifichi con nessuno dei due.
Sartre si era volto a questo aspetto dopo aver guadagnato il concetto che l' ego debba necessariamente avere per sua stessa natura una struttura trascendente, - La trascendance de l'ego - appunto, esso è "Nulla" perchè l' "essere" è anzitutto ciò che è, è ousia, è cosa, è tutto ciò che è 


intenzionalizzabile, perciò l'intenzionalizzato tout court. Si noti con attenzione che qui, è altra differenza fondamentale con la Stein, Sartre prescinde dal concetto aristotelico di analogia dell'essere. L'essere proprio dell' Essere, non sarà per il francese, come per Aristotele, Tommaso e la Stein, quello di essere atto e quindi trascendenza ed "intenzionalizzante", ma quello di essere cosa, di essere "intenzionalizzato".
Per il francese l’essere è l’en soi, l’essere del fenomeno:
L’essere non è rapporto a sé, è sé. E’ immanenza che non può realizzarsi, affermazione che non può affermarsi, attività che non può agire perché si è inceppata da sé stessa (…). L’essere è opaco a sé stesso perché è ricolmo di sé stesso. Questo fatto lo esprimeremo meglio dicendo che l’essere è ciò che è (…). L’essere in sé non ha affatto un di dentro, che si opponga a un di fuori (…). L’essere in sé non ha segreti: è massiccio (…). L’essere è isolato nel suo essere e non ha alcun rapporto con ciò che non è lui (…). E’ piena positività. Non conosce dunque l’alterità (…). E’ se stesso indefinitamente e, nell’esserlo, dà fondo a sé stesso. Da questo punto di vista vedremo più tardi che sfugge alla temporalità (…). L’essere non può né essere derivato dal possibile, né essere ricondotto al necessario (…). L’essere in sé non è mai né possibile né impossibile, esso è (…). L’essere è. L’essere è in sé. L’essere è ciò che è.
Ad esso si contrappone l’essere della coscienza che è – invece – pour soi, questo, a differenza del primo si 


autocrea continuamente nel tempo e non può coincidere con sé. Esso, assolutamente antitetico all’in sé, si configura palesemente come non essere. Il pour soi nasce dalla lacerazione, dall’annullamento dell’essere. In altri termini: Il nulla è la condizione necessaria e assoluta del per sé. E’ ciò che lacera l’essere dal suo stesso interno. E’ un’esperienza di non essere radicale che il soggetto compie nel suo stesso essere e agire concreto (S. Moravia, Introduzione a Sartre.)
Perciò qui per il francese si aprirà, nel seno stesso della coscienza, quella spaccatura insanabile che la caratterizzerà strutturalmente, perchè essa sarà al tempo stesso - e strutturalmente - intenzionalizzante in atto e perciò trascendente e dunque "Nulla" ed, insieme, "essere", intenzionalizzato e, ricordiamo, anche il "vissuto" è un intenzionalizzato. Lo sguardo interpretativo della Stein riesce ad evitare tutto questo ed a dischiudere un orizzonte diverso, un orizzonte sereno, pacifico, senza spaccature. In questa concezione si concretizza insieme la vicinanza e la diversità con Nietzsche e con Freud.Nietzsche sosteneva che:
Ciò che mi divide nel modo più profondo dai metafisici è questo: non concedo loro che l' "io" sia ciò che pensa; al contrario, considero l' "io" stesso una costruzione del pensiero, dello stesso valore di "materia", "cosa", "sostanza", "individuo", "scopo", "numero"; quindi solo una finzione regolativa col cui aiuto si introduce, si inventa, in un mondo del divenire, una specie di stabilità e quindi di "conoscibilità". Il credere alla grammatica, al soggeto ed oggetto grammaticale, ai verbi, ha soggiogato finora la metafisica; io insegno ad abiurare questa fede. E' il pensiero che pone l' "io", ma si è finora 


creduto, come crede il "popolo", che nell' "io penso" ci fosse qualcosa di immediatamente certo e che questo "io" fosse la causa data del pensiero; secondo un'analogia con questa abbiamo "inteso" tutti gli altri rapporti causali. Per quanto consueta e indispensabile questa funzione possa essere, niente dimostra che la sua natura non sia fittizia. Qualcosa può essere condizione di vita e tuttavia falso(F. Nietzsche, Frammenti postumi 1884 – 1885.
Di contro per Freud ciò che chiamiamo “io” è dato dalla unità o meglio unificazione degli “erlebnisse” in base alla loro forza pulsionale e non in base alla loro successione temporale. Da ciò segue che l’ “io” è una realtà anzitutto pulsionale, qui la vicinanza di Freud a Nietzsche, e segue che l’uomo non è più animale razionale. Anche se sono ovviamente indipendenti, Freud dà così – in qualche modo - una base scientifica allo “Spirito Dionisiaco” di Nietzsche. La distanza dei nostri due con Freud e Nietzsche non è tuttavia incolmabile, infatti tanto Sartre quanto la Stein ammettono che l’attività dell’ “io” cosciente è sempre intenzionale sebbene questa intenzionalità sia sempre in uno stato emozionale. Da qui: a) l’ “io” è sintesi di intenzionalità e pulsionalità; b) l’ “io” ha sempre un habitus (è il termine di Tommaso ripreso da Edith Stein) o qualità (è il termine corrispettivo di Sartre). C’è dunque una grande affinità nella concezione del soggetto anche se Freud e Nietzsche danno una prevalenza alla pulsionalità, laddove la connotazione temporale degli erlebnisse in Sartre e nella Stein finisce con il dare una maggior prevalenza razionale.
francesco latteri scholten.

sabato 11 febbraio 2017

San Pio da Pietrelcina, l'ultimo grande antagonista del modernismo: le stimmate.




L'immagine sarebbe, di per sé assai scenografica: i confratelli che tutti accorrono rapidi alle grida per il dolore lancinante dell'appena stigmatizzato. Invero alcuni dei molti film sul Santo di Pietrelcina la riportano così. Si tratta però di un falso. La guerra e la febbre spagnola che devastavano l'Europa nel 1918 infatti non avevano risparmiato l'Ordine dei Frati Minori e così nel Convento di San Giovanni Rotondo erano rimasti solo in tre: Padre Paolino, padre Pio e Frate Nicola. Padre Paolino però su richiesta dei Frati del vicino santuario di San Matteo, si era recato lì per dare una mano nelle confessioni ai pellegrini che accorrevano numerosi per la festa di San Matteo il 21. Fra Nicola invece era uscito per la questua. Nel Convento, quel 20 settembre, erano perciò rimasti solo i piccoli seminaristi, a quell'ora, tra le nove e le dieci mattutine, in giardino per la ricreazione e Padre Pio in preghiera nel piccolo coro che sovrastava la navata della Chiesa, meditando la passione di ns Signore. Da solo, dolorante, Padre Pio era riuscito a trascinarsi in cella. Solo alcuni giorni dopo i fedeli e Padre Paolino avevano cominciato ad accorgersi della cosa. Il primo resoconto dettagliato, dello stesso Padre Pio, fatto in nome della “santa obbedienza”, è di un mese dopo, 22 ottobre 1918: “Era il mattino del 20 del mese scorso (…) c'era un silenzio totale intorno a me ed in me (…) vidi davanti a me un misterioso personaggio, simile a quello che avevo visto la sera del 5 agosto, si differenziava soltanto per avere le mani, i piedi ed il costato che sanguinavano abbondantemente. La sua vista mi spaventò, non sarei in grado di dire ciò che provai in quel momento. Mi sentii morire e sarei morto se il Signore non fosse intervenuto per sostenermi il cuore che sentivo sobbalzare nel mio petto. Il personaggio scomparve dalla mia vista e mi accorsi che le mie mani, i piedi ed il costato sanguinavano abbondantemente.” Anche San Francesco d'Assisi, il 14 settembre del 1224, sul monte della Verna ricevette le stimmate mentre, assorto in preghiera, meditava sulla passione di ns Signore, ebbe la visione di un personaggio sovrannaturale. Una delle migliori descrizioni delle stimmate di Padre Pio è quella fornita da uno dei suoi primi discepoli e più strenui difensori, Emmanuele Brunatto, che ebbe occasione di vederle di persona, e risale al 1963 (data che contraddice la tesi “isterica” perché la durata non sarebbe superiore ad alcune settimane...): “Esse si presentavano come macchie di colore rosso scuro, nette, rotonde, di circa due centimetri di diametro, nei due lati delle mani e dei piedi e una macchia lineare dello stesso colore di circa sette centimetri di lunghezza per


uno di larghezza, nella parte sinistra del torace. Non appare alcun indizio di ferite esterne prodotte da un agente qualsiasi, naturale o soprannaturale.” Le stimmate, per loro natura, sono necessariamente il terreno d'elezione per lo scontro tra “Fides et Ratio”, fede e ragione e lo scontro inizia tacito con la prima visita medica generale richiesta anche per ordine dei superiori ed effettuata dal Dott. Angelo Maria Merla, razionalista, a quei tempi ancora ateo, e Sindaco di San Giovanni Rotondo, oltre che medico del convento. Il responso: “I segni possono difficilmente essere classificati come lesioni tubercolari, e, sebbene non sia in grado di dirne con precisione la natura non avendo potuto procedere ad un esame completo, non escludo, a titolo di ipotesi, che questi segni abbiano potuto essere artificialmente provocati.” Cominciano così a delinearsi i tre fronti: quello fideista puro, quello razionalista puro, quello dell'incontro tra fede e ragione che sarà delineato bene, ma decenni dopo, nella “Fides et Ratio” di Giovanni Paolo II, che da giovane sacerdote, pellegrino a San Giovanni Rotondo (in una pausa accademica tra il 29 marzo ed il 4 aprile 1948), Padre Pio aveva incontrato e di cui aveva previsto l'ascesa al soglio pontificio. Perintanto altri medici avranno l'onore e l'onere di esaminare le stimmate. Infatti, prima i superiori dell'Ordine, poi il Sant'Uffizio, vorranno “vederci chiaro” e, ciò che forse è grave, lo vorranno soprattutto non in senso di Fede bensì di scienza. Del resto è quanto era già accaduto di recente a Bernadette di Lourdes per le Visioni: fu portata alla “cattedrale” della scienza neuropsichiatrica, La Salpetriére, al cospetto dello staff del Padre fondatore della moderna neuropsichiatria, futuro Maestro anche di Freud, Jean Martin Charcot. Atei e razionalisti, Charcot ed i suoi erano però dei grandi scienziati e, soprattutto dei professionisti seri. Alla vista di Bernadette si scambiarono un sorriso, poi invitarono quelli che l'avevano condotta a seguirli a vedere soggetti veramente affetti da turbe religiosopsichiatriche e quindi li mandarono via. Padre Pio purtroppo non 


avrà la fortuna di trovarsi sempre al cospetto di uomini dallo spessore scientifico, professionale e personale di Jean Martin Charcot e dei suoi collaboratori. La prima visita specialistica fu quella del dott. Luigi Romanelli che visitò Padre Pio cinque volte, la prima il 19 maggio 1919, l'ultima il 15 luglio 1920. Romanelli arrivò a San Giovanni Rotondo in compagnia e su richiesta del Provinciale dell'Ordine e, nulla sapendo del fenomeno della fragranza mistica, altra Grazia di Padre Pio, ne rimase negativamente impressionato: “da quando i religiosi Cappuccini hanno ceduto a questi usi mondani di profumi?” Il fatto grave è che neppure il Padre Provinciale sapesse nulla del fenomeno della fragranza mistica e così non fu in grado di rispondere. Nonostante ciò Romanelli si dimostrò professionista serio ed accurato, stilando ogni volta un resoconto dettagliato della propria visita. Importante l'ultimo, 7 novembre 1920, dal quale è possibile anche evincere un decorso evolutivo delle stimmate: “Quando ho visitato per la prima volta Padre Pio, la ferita del torace non aveva ancora la forma di una croce: si trattava piuttosto di un taglio netto, parallelo ai fianchi lungo sette – otto centimetri con escissione delle parti molli (…) sanguinava abbondantemente ed il sangue aveva le caratteristiche del sangue arterioso e i bordi della piaga indicavano chiaramente che non era superficiale (…) Le lesioni delle mani, anche se adesso sono ricoperte da una crosta ed in vari punti risultano sanguinolente, quando le ho viste nel giugno del 1919 e nel luglio dello stesso anno, erano ricoperte da una membrana tumescente di colore rosso scuro. Allo stato attuale non ci sono punti sanguinanti, edemi o reazioni infiammatorie nei tessuti circostanti. Ho la convinzione, anzi la certezza che queste ferite non sono superficiali perché, esercitando una certa pressione con le dita e stringendo la palma della mano, da entrambi i lati della lesione, ho avuto la precisa percazione del vuoto che esisteva tra le mie dita (…) Le lesioni dei piedi presentavano la stessa caratteristica di quelle delle mani, ma non mi riuscì di fare una prova identica a causa del loro spessore.” La conclusione di Romanelli non è priva di una traccia di umiltà: “Le ferite di Padre Pio non possono essere classificate, per le loro caratteristiche ed il loro decorso clinico, fra le lesioni chirurgiche comuni, ed esse hanno certamente un'altra origine e causa che io non conosco.” Dopo le prime due visite di Romanelli, nel luglio 1919, arrivò per commissione del procuratore generale dell'Ordine, Padre Giuseppe Antonio da Persiceto (su richiesta del Sant'Uffizio), quella del dott. Amico Bignami patologo dell'Università di Roma. Bignami, per il


suo agire, il suo rapporto e le sue conclusioni può essere annoverato tra i modernisti razionalisti e scientisti puri, a qualunque costo, e le cui tesi finiscono con l'essere del tutto ideologiche ed in contraddizione con la scienza che vorrebbero “celebrare”. Bignami, cui Padre Pio era sembrato persona psichicamente sana, proibì a Padre Pio l'utilizzo della tintura di iodio per la disinfezione sostenendo l' “inutilità” della cosa, applicò un balsamo cicatrizzante alle piaghe e le sigillò facendo giurare a tutti i presenti che nessuno le avrebbe aperte prima di quindici giorni. All'apertura delle bende, quindici giorni dopo nulla però era cambiato. Il rapporto finale redatto dallo stesso Bignami il 26 luglio 1919, ciò nonostante, fu del tutto contraddittorio rispetto alle sue stesse osservazioni. Vi si legge tra l'altro che “Le lesioni descritte sono iniziate come fenomeni patologici (necrosi nervose multiple della pelle) e sono state forse inconsciamente e per un fenomeno di suggestione completate nella loro simmetria e poi mantenute artificialmente con un mezzo clinico, come per esempio la tintura di iodio.” Quanto all'origine delle stimmate il rapporto formulava ben tre possibilità (tutte rigorosamente scientiste): a) sono state prodotte artificialmente e volontariamente; b) sono la manifestazione di uno stato morboso; c) sono in parte il prodotto di uno stato morboso ed in parte artificiali. Il primo a notare l'incoerenza madornale e l'incongruità del rapporto di Bignami fu proprio Romanelli il quale puntava l'indice sulla psichicità di Padre Pio descritta come sana dallo stesso Bignami nonché proprio sul trattamento prescritto dallo stesso per le stimmate: “Il prof. Bignami descrive Padre Pio come soggetto normale con sistema nervoso normale, che non presenta alcun disturbo psicopatico o neuropatico, ma allo stesso tempo, classifica le lesioni come necro-nevrotiche e parla di autosuggestione. Si possono avere lesioni di origine nervosa in una persona non affetta da nessuna patologia nervosa?” E, per le stimmate: “come mai non sono guarite dopo il sapiente trattamento prescritto dal professore ed eseguito scrupolosamente?”. Nel luglio stesso del 1929 il rapporto di Bignami fu portato a conoscenza del dott. Giorgio Festa, chirurgo presso la casa generalizia dei Cappuccini a Roma, insieme alla richiesta di una 


visita. Giorgio Festa esitò a lungo, infine partì da Roma l'8 ottobre per San Giovanni Rotondo. L'incontro con Padre Pio è la sera stessa del suo arrivo al convento, il giorno 9. La visita accurata e minuziosa il giorno successivo. Festa rimase poi per tre giorni al convento per studiare psicologicamente Padre Pio. Una seconda visita ed un secondo esame accurato delle stimmate avvengono il 15 e 16 luglio 1920 con Romanelli. Sempre Giorgio Festa avrà occasione di una nuova disamina delle stimmate nel 1925 (quando le autorità religiose ormai avevano vietato a chiunque la disamina) in occasione di un intervento chirurgico sul Padre. Quello del dott. Festa è lo studio ed il resoconto più accurato sulle stimmate di Padre Pio e sarà pubblicato nel 1933 con il titolo “Tra i misteri della scienza e le luci della fede, ovvero le stimmate di Padre Pio da Pietrelcina”. Lo studio conferma sostanzialmente le tesi di Romanelli, ma è molto attento alle peculiarità psichiche di Padre Pio, tali da escludere qualsiasi isterismo (cosa cui del resto a nessuno di quelli che lo hanno conosciuto è mai venuta in mente), alla persistenza delle piaghe ed alla loro mancata guarigione, alla loro immutabilità. Dunque scientificamente inspiegabili. Possono però trovare una spiegazione nella fede.
Francesco latteri scholten.

P.S. Ho volutamente taciuto la miseranda vicenda di Padre Agostino Gemelli in quanto il “luminare” in realtà non ebbe modo di visionare le stimmate, che contravvenendo l'ordine dei superiori aveva chesto di vedere e di cui contravvenendo ad ogni criterio di scientificità diede responsi “scientifici”

martedì 6 dicembre 2016

Immacolata: il sì a Dio e l’ingresso nella Storia di Maria di Nazareth

 


"Ecce ancilla domini, fiat mihi secundum Verbum Tuum", le parole semplici ed umili con cui è sigillato l'incontro con Dio. Sono esse a portare l'avvento del Salvatore, e con Lui la devozione a Maria Sua madre, devozione che per molti aspetti ha finito con l'intrecciarsi con i culti pagani precedenti, una confluenza ovviamente sottoposta alla soggiacenza al Cristo. Maria ha la Sapienza anche se non gl'occhi fulgenti di Atena e se non è nata dal cervello di Zeus, tuttavia, madre del Figlio di Dio, è nel cuore della Trinità. In realtà di lei sappiamo poco dai vangeli, qualcosa in più da quelli non canonici, i cosìddetti apocrifi, diversi dei quali sono testimonianze importanti. Il motivo risiede nell'incontro/scontro tra due realtà socioculturali che se per diversi aspetti sono similari, per altri sono assai distanti: quella giudaica e quella delle comunità esseni. Se Maria di Nazareth appartenesse o meno ad una di queste comunità è incerto e probabilmente destinato a restare così, quello che è certo è che ne fu in qualche modo vicina e potè beneficiare dell'insegnamento. Uno dei tratti distintivi delle comunità esseni rispetto al giudaismo era infatti una concezione della donna assai più moderna ed emancipata, per cui essi conferivano loro maggior dignità e le ammettevano anche all'istruzione. Dunque una ragazza molto giovane, umile ma dignitosa, come del resto il "fiat" conferma, ma anche istruita e che passerà per prima - come ogni madre - la formazione al Figlio. Del resto i recenti ritrovamenti di Qumran documentano che e quanto il "Discorso della montagna", cardine di tutta la filosofia di Gesù, fosse pregnata dagl'insegnamenti esseni. La grande marginalizzazione di Maria nei vangeli "canonici", corrisponde invece pienamente alla grande misoginia giudaica, la quale porterà così il suo nefasto frutto nella cultura cristiana. Maria di Nazareth e la sua storia, così come anche la devozione ad essa, continueranno ad intrecciarsi con la cultura nel divenire della storia. Due picchi elevatissimi sono raggiunti proprio a riguardo dell'Immacolata concezione. Il primo si ha con un frate francescano, che unisce in sé anch'egli umiltà e sapienza, e che fu il primo, in una sfida teologica alla quale fu costretto, a pronunciare l'Immacolata concezione. Si tratta nientemeno che di Duns Scoto, il celeberrimo filosofo e teologo che chiude la scolastica e che - in ossequio alla misoginia giudaica di cui prima - per tutto è ricordato, tranne che per questo. Così Maria di Nazareth dovrà alla fine intervenire di persona apparendo a Bernardette a Lourdes. E Bernardette "dovrà molto soffrire", sono le testuali parole della Madonna, proprio perché anche qui di nuovo ci sarà l'incontro/scontro con la misoginia giudaica nel frattempo traspostasi ahimé nel cristianesimo, sia con la cultura moderna, così come del resto già ai suoi tempi era accaduto con quella classica. Quelli con la cultura moderna sono probabilmente i più decorosi. Emile Zolà troppo lontano culturalmente e mentalmente all'orizzonte di Lourdes scriverà in proposito il peggiore dei suoi romanzi. Molto più significativo è invece il rapporto con collaboratori diretti o indiretti di Charcot, padre della neuropsichiatria moderna e maestro di Freud, figure imprescindibili della coscienza moderna. Ci si recò infatti persino fino alla Salpetriére per un confronto con folli affetti da isterie e paranoie a sfondo religioso e per fortuna alla povera Bernardette fu risparmiato l'esservi portata personalmente. Gl'assistenti di Charcot risposero che quanto gl'era stato descritto non corrispondeva assolutamente e condussero chi vi era andato alla presenza di veri pazzi affetti da isteroparanoidie religiose: nulla a che vedere con Bernardette. Così ci si mise l'anima in pace e finalmente si credette all'Immacolata concezione. Duemila anni dopo il "fiat" e seicento dopo Duns Scoto. 
francesco latteri scholten

martedì 15 novembre 2016

Il diritto positivo in San Tommaso d'Aquino




Il diritto naturale ha in San Tommaso d’Aquino una sua grande intrinsecità e fondamentalità. Esso ha però anche un grande limite: la genericità. La vita dell’uomo è infatti eminentemente sociale, dunque comunitaria e politica ed in quanto tale essa esige una normazione particolareggiata, ben definita e determinata al caso specifico e concreto. E’ necessaria perciò una legge umana positivamente sancita. Tra le diverse cose che mi hanno colpito, studiando la Summa Theologiae dell’aquinate, c’è il fatto che se per lui la legge prima è quella con cui Dio ordina e crea l’universo e lo dirige al suo fine, se la manifestazione di questa legge nella cratura razionale è la legge naturale, che si ricollega con le potenze dell’intelletto e della volontà alle virtù - dove peraltro mi è sembrato leggere più che un discorso etico/morale, un vero trattato giuridico - , è altrettanto vero che poi l’aquinate dà questa definizione di legge: Comando della ragione ordinato al bene comune, promulgato da chi è incaricato di una collettività. (Q. 90, art.1). E’ una definizione giuspositivista, data alla Quaestio 90, la prima di quelle inerenti la legge, precedente la Q. 91, dove la legge è distinta in eterna, naturale etc. Sembra allora che si possa affermare che, sebbene la prima legge sia quella eterna e poi quella naturale, San Tommaso intenda propriamente come legge (giuridicamente intesa) la legge positiva e come ius lo ius positivo. Questa opinione pare legittimata anche da latre affermazioni fatte sempre alla Q. 90 : a) La legge è qualcosa che appartiene alla ragione (art.1) e ogni legge è ordinata al bene comune (art.2). b) Fare le leggi spetta o all’intero popolo, o alla persona pubblica che ha la cura di esso (art.3). c) La promulgazione è necessaria alla legge perché abbia 


vigore. La prima affermazione del punto a) ci riconnette anche al diritto naturale e così alla legge eterna, mentre già la seconda riconduce invece al diritto in quanto diritto positivo e questo fanno in modo ancora più esplicito le affermazioni degli altri punti. L’opinione sembra essere ulteriormente sostenuta anche dalla definizione di legge umana data nella Q. 91 dove Tommaso disamina le diverse leggi (eterna, naturale etc): la ragione umana dai precetti della legge naturale come da principi universali dispone delle cose in modo particolare, queste disposizioni particolari sono la legge umana. La legge naturale dà dunque dei semplici principi generali, dei criteri, mentre la normazione propria è quella del particolare, data dalla legge umana, dallo ius in quanto positivo. Tuttavia, se lo ius in quanto tale è tale appunto perché positivo, d’altra parte la qualità di iustum gli è conferita dalla partecipazione a quei principi generali propri del diritto naturale. Nella definizione di legge data dall’aquinate ciò è specificato dalla dicitura comando della ragione, in quanto questa è lo specifico dell’uomo, della sua natura. Dalla definizione data appare però che non basta semplicemente che la norma positiva sia ispirata dalla legge naturale come da un principio generale, occorre di più. E’ necessario infatti che il comando della norma positiva in quanto positiva sia finalizzato ad un fine positivo legittimo: il bene comune, ed infatti egli specifica: … il fine della legge umana è l’utilità degli uomini (Q. 95, art. 3). Dunque la norma positiva trae i suoi principi generali dal diritto 



naturale per normare il caso particolare e finalizzare il tutto al bene della comunità. San Tommaso esplicita questo doppio riferimento della legge positiva – da un lato legge eterna, naturale, Dio, dall’altro il bene degl’uomini – relazionandosi alle celebri tre condizioni della legge poste da Sant’Isidoro: 1) che la legge sia coerente con la religione (in quanto proporzionata alla legge divina). 2) Che la legge convenga alla disciplina (in quanto proporzionata alla legge naturale). 3) Che la legge sostenga il benessere degl’uomini (in quanto relativa all’utile degl’uomini). La legge deve dunque rispondere al bonum divinum ed al bonum humanum. L’uomo è moralmente obbligato ad osservare la legge che risponda ad entrambi i questi requisiti. L’obbligazione per San Tommaso non è tuttavia semplicemente morale ma positiva cioè coercitiva, e deve essere anzi normato e coercito positivamente anche il diritto naturale, perché Gl’uomini hanno in sé un appetito naturale alla virtù, è tuttavia necessario disciplinarli a ciò, anche a causa delle inclinazioni contrarie e dunque ricondurre eventualmente con la forza alla virtù. Sono dunque necessarie pene cogenti e la disciplina delle leggi per la pace degli uomini (Q. 95 art. 1). Sempre circa l’obbligatorietà, per l’aquinate, l’uomo può, e talvolta deve non osservare la legge che non risponda al bene comune, nel qual caso è da considerare alla stregua del comando di un bruto, mentre deve sempre non osservare la legge che va contro il bonum divinum. Questi concetti costituiscono anche la base del pensiero politico di San Tommaso, tanto nel De regimine principum quanto nel De regno. Nel De regimine si sofferma sulla necessità che nella società vi sia chi la indirizzi rettamente perché E’ necessario dunque che nella società vi sia un principio direttivo e nel De regno egli esplicita chiaramente: Se dunque una società di uomini liberi è ordinata da chi la governa al bene comune della società stessa, il governo sarà retto e giusto quale si conviene a uomini liberi. Se invece il governo, anziché al bene comune della società, è ordinato al bene privato del governante, avremo un governo ingiusto e perverso. Sono finalizzati al bene comune e perciò giusti la monarchia, l’aristocrazia e la politia, sono forme perverse la tirannide, l’oligarchia e la ma democrazia. San Tommaso nega il tirannicidio, ma sostiene la resistenza passiva fino alla morte contro la legge che neghi il bonum divinum. Come si vede il diritto naturale si ricollega a quello positivo e questo alla concezione politica dello Stato.
francesco latteri scholten.

sabato 5 novembre 2016

La centralità della Famiglia nell'ultimo grande Filosofo cristiano: Hegel (...ed i suoi nemici).




Se l'oggetto della Filosofia è la Verità e perciò Dio nella sua unitrinitarietà – ed è significativo che l' “Eniclopedia” si chiuda prendendo a prestito la descrizione del “pensiero di pensiero”, l'autocoscienza pura della Metafisica di Aristotele, passando dal tedesco direttamente alla citazione in greco – la centralità dell'ultimo grande scritto hegeliano, i “Lineamenti di Filosofia del Diritto”, è occupata dalla Famiglia. C'è infatti continuità profonda, se invero Dio per la sua autocoscienza è ripreso da Aristotele, nondimeno il Dio di Hegel è quello cristiano unitrinitario, Dio dunque – ben lontano da qualsiasi solipsismo - è la più alta relazionalità. Sulla scia di questa, evangelicamente, l' uomo è in quanto persona e dunque relazionalità (come peraltro già di nuovo anche per Aristotele). La relazionalità umana nella sua forma più alta, sulla scia di quella divina, sfocia nella relazione d'amore tra uomo e donna e dunque nella triadicità della Famiglia. E' così che dal “diritto astratto” del singolo si passa alla sua concrezione, la moralità, la quale in sintesi con il diritto astratto ha per esito l'etica. L'uomo è in Hegel, cristianamente essere relazionale, dalla cui relazionalità prima origina il nucleo primigenio, la Famiglia e da essa la Società e lo Stato. La Famiglia: ignorata, maltrattata, diffamata ed apertamente avversata e tacitamente combattuta non meno del grande Filosofo di Stoccarda, da tutta la filosofia successiva. Se infatti tutta la Filosofia precedente culmina in Hegel, quella successiva potrebbe ben portare un'unica etichetta: contro Hegel, ma anche contro la Famiglia. L'attacco più duro è sferrato da un hegeliano di sinistra doc, affascinato ed estasiato all'inizio, ma distaccatosi poi con decisione: Karl Marx. Nei confronti di Hegel Marx parlerà di “parricidio necessario” perché lo “spirito” per lui è espressione della realtà materiale e da essa si origina e si leva, dunque necessità di capovolgere la filosofia hegeliana per mettere ordine, per dare alla realtà la sua descrizione vera. Tuttavia senza uno studio propedeutico del filosofo di Stoccarda il discorso di Marx e la sua evoluzione restano in 


gran parte incomprensibili. Per quanto concerne la Famiglia, ancora ne “Il Manifesto del Partito Comunista” a proposito della alienazione dell'uomo di fatto portata avanti dal capitalismo (in specie quello manchesteriano) Marx denunciava la riduzione dell'uomo a macchina, ad utensile, con orari di lavoro che non lasciano alcuno spazio alla famiglia, agli amici, allo svolgimento di qualsiasi attività socioculturale o politica... La posizione cambierà con “La sacra famiglia”, dove la famiglia non è più parte integrante dell'uomo ma estensione del potere capitalistico. Un sistema, quello capitalistico, destinato a portare alla rivoluzione violenta ed alla espropriazione degli espropriatori e quindi all'instaurazione di un sistema collettivistico sociale “umanitario” che una volta collettivizzati i mezzi di produzione porterà alla società migliore. La Storia ha dimostrato che la statalizzazione dei mezzi di produzione non porta affatto all'uscita dal capitalismo bensì semplicemente al passaggio dal capitalismo privato a quello di Stato. Si aprono così le porte ad una nuova (e più perniciosa) forma di totalitarismo in cui la famiglia – e prim'ancora quell'amore da cui essa dovrebbe nascere – sono avversati in quanto residui “borghesi”, l'uomo infatti (ma anchje la donna) hanno da essere parte del sistema hanno da essere anzitutto “compagni” prima ancora che amanti, padri, madri, figli, fratelli o sorelle. Un orizzonte insomma del tutto analogo a quello in cui sfoceranno gli “hegeliani di destra”: “un bimbo per la Germania, un bimbo per il Fuehrer”... Destra e sinistra hegeliane perciò sfociano in realtà sia pure con connotazioni distinte ma con molti punti in comune, a cominciare dall'origine, e tante (e perniciosissime) similarità: quelle che consentiranno la stretta di mano tra Hitler e Stalin. Ideologie nefaste da cui la Storia ha dimostrato originare solo massacri idicibili, stermini, campi di concentramento rovescio della 


medaglia e vera realtà su cui era costruito l'ostentato “successo” di entrambe le tipologie totalitaristiche. Solo apparentemente meno pernicioso invece il capitalismo liberista che ostenta e copre ipocritamente la sua realtà con una maschera di “Libertà”, icona propagandata, dietro cui si nascondono sfruttamento e riduzione a schiavitù, e, prima ancora il solipsismo dell'uomo cui unico movente è quello economico. Movente all'insegna e sotto l'egida del quale diventano indistinguibili e privi di senso il Bene ed il Male, ed il giudice ed il criminale finiscono per identificarsi. L'immagine propagandata con grande effetto è quella del bene economico di alcuni assai pochi portato come possibilità accessibile per tutti e dunque della esclusione degli altri, la maggior parte, per “propria colpa”. L'immagine propagandata con grande effetto è quella del “for ever Young”, dietro alla quale si cela e nasconde abilmente la realtà cui “L'eroe solitario” conduce: la denatalità, la senescenza e la morte. “Riguardo alla pretesa di istruire su come deve essere il mondo, va detto che in proposito la Filosofia giunge in ogni caso sempre troppo tardi. In quanto è il pensiero che pensa il Mondo, essa si manifesta nel tempo solo dopo che la Realtà ha completato il proprio processo di formazione...” scriveva Hegel in conclusione alla prefazione dei “Lineamenti di Filosofia del Diritto”. Ebbene in sintonia con ciò, la Storia ci ha mostrato inconfutabilmente che il “capovolgimento” di Hegel, il “parricidio necessario”, hanno portato solo a tre sistemi totalitaristici degeneri il cui esito è lo sterminio di massa, un esito satanico. La Storia, insomma, ha dimostratamente dato ragione al Filosofo di Stoccarda: “Il Reale è Razionale ed il Razionale è Reale” (ibidem) ed il superamento di Hegel ha portato solo a nichilismi distruttivi ed autodistruttivi. Tornare ad Hegel? Sarebbe auspicabile...
francesco latteri scholten

martedì 4 ottobre 2016

Nietzsche, Agostino Gemelli ed il “fumo di Satana nella Chiesa” di Paolo VI.




Se agli albori del XX° secolo Papa Leone XIII aveva avuto la visione mistica che riprendeva il libro di Giobbe, ma nella quale, al posto di Giobbe, oggetto del dialogo tra Dio ed il diavolo era la Chiesa, anche Paolo VI denunciò con forza la “presenza del fumo di Satana nella Chiesa”. Come già le ben note vicissitudini di San Pio da Pietrelcina hanno ben evidenziato, quel fumo ha cominciato a diffondersi con estrema vigorìa e la negazione del dogma dell'Immacolata concezione da parte, ahimé, di diversi vescovi tedeschi e non solo, dimostra quanto esso sia tutt'ora presente. Stranamente a denunciare con chiarezza di cosa davvero si tratti non sono, con lievi eccezioni, i teologi ed i Papi, bensì uno dei grandi 


 “apostoli” dell'ateismo: Friedrich Nietzsche. Anzitutto "Chi" è il “principe della menzogna” e poi "Cosa" è la Menzogna. Il Chi, è l'angelo caduto, ovvero colui che in piena coscienza ha rifiutato Dio e si è collocato in una realtà esistenziale nel cui orizzonte Dio non c'è e se anche ci fosse non sarebbe indifferente: l'Inferno. Il fine della Menzogna è di portare anche l'uomo in questo orizzonte esistenziale. La Menzogna non è dunque la semplicistica bugia di Pinocchio, che tanto più è grande tanto più ha il naso lungo e le gambe corte ed è perciò tanto più visibile. Il fine della Menzogna è il mutamento dei parametri – specie valutativo/valoriali – del soggetto. Essa cambia così il rapporto del 


 soggetto con l' “altro”, con il “mondo”, con Dio. La Menzogna ieri, si veda la Genesi, come oggi, procede allo stesso modo usando l'edonismo materialista per portare ad un orizzonte nel quale la Spiritualità e Dio sono indifferenti. Malus, il melo ed il suo frutto – e si noti l'assonanza con Malum, il male – è esattamente questo nel significato allegorico degl'antichi. Ebbene l'uomo poteva mangiare dai meli del giardino, solo gl'era fatto divieto di non cibarsi di quello posto al centro. Ovvero di non mettere al centro della propria esistenza l'edonismo materialista. Paradossalmente, il Serpente non ha mentito, l'uomo infatti ha visto la “verità”, stavolta con altri parametri che lo hanno proiettato in altri orizzonti, coincidenti con l'uscita dal Paradiso: ha 



visto di essere nudo e mortale. Chi ha riconosciuto con estrema lucidità il Malus del mondo moderno è Nietzsche, nel suo celeberrimo “La Gaia Scienza”. Il nuovo Malus è infatti il positivismo scientifico e la ricezione acritica dei suoi parametri. Questi parametri infatti proiettano l'uomo in un orizzonte esistenziale nel quale “Dio è morto” e se anche non lo fosse sarebbe comunque inesperibile, e quand'anche lo fosse, sarebbe comunque indifferente. Ma, in questo orizzonte (quello del positivismo scientifico), come bene nota già Nietzsche, anche per l'uomo non c'è posto. E, significativamente, l'aforisma 125, “L'uomo folle” si apre proprio con il grido “dov'è Dio?”, per portare subito allo smarrimento umano, lo smarrimento (lasciamo un attimo Nietzsche) che fu anche degl'Angeli ed a cui Michele rispose con il grido che da allora sarà il suo nome: Micha El, Chi come Dio? Tornando a Nietzsche, “dove sono ora il sopra ed 


il sotto, l'avanti ed il dietro... Dio è morto, noi tutti, voi ed io, lo abbiamo ucciso”. Dio è ucciso, non con le bestemmie e la violenza bensì tacitamente, assumendo per parametri quelli scientifico positivistici, il cui esito ultimo è la proiezione in una realtà esistenziale priva di Dio. Uno dei personaggi più significativi del Novecento per quanto riguarda l'assunzione di questi parametri da parte della Chiesa è stato senza dubbio “Padre” Agostino Gemelli, di origini atee e massoniche, il quale, al pari di altri, vedeva in questa acquisizione addirittura un progresso per la Chiesa, un liberarsi dalle credulonerie medioevali. Ma, l'assunzione di quei parametri porta appunto alla “morte di Dio”: non c'è più non solo l' Immacolata concezione, ma il dogma 


centrale della fede cristiana (già secondo San Paolo), ovvero l'incarnazione, morte e risurrezione di ns Signore sono negati, insieme a Dio stesso. Perché si chiede un “segno”, come già ai tempi di Gesù, e non ci si avvede che quel segno lo si vuole in un orizzonte esistenziale in cui Dio non c'è e se ci fosse sarebbe indifferente. Eppure, è morto poco tempo addietro Padre Gabriele Amorth, quasi nessuno nella Chiesa ufficiale si è degnato di parlarne, Vescovi e Cardinali, sulla bella scia di Agostino Gemelli assumono psicologi e psichiatri (che possono essere ancora accettabili per collaborazioni esterne) ma non ordinano esorcisti, neppure a fronte delle tantissime richieste e necessità. A loro, come ai vescovi tedeschi e non, che non credono al dogma dell'Immacolata, ho da obbiettare una sola cosa: coerentemente con queste vostre convinzioni, abbiate il coraggio e l'onestà di restituire l'abito e di andarvene.
francesco latteri scholten

domenica 11 settembre 2016

Sicilia 1923, Cefalù: la cacciata di Aleister Crowley (massimo satanista del Novecento).




L'evento è accaduto ormai quasi un secolo addietro, fine aprile 1923. La località è contrada Santa Barbara presso Cefalù. E' qui infatti che circa tre anni prima, nel marzo del 1920, in una villa - ancora esistente anche se in condizioni fatiscenti - era stata eretta l'Abbazia di Thelema, disposta su un solo piano e con una sola sala, il "Sancta Sanctorum" con un grande pentagramma sul pavimento ed al suo centro un altare esagonale su cui era posto il "Liber Legis" il cui imperativo era "Fai ciò che vuoi sarà la tua legge". C'era anche - ovviamente - il trono della Bestia, orientato ad Est, con tanto di braciere ardente e, ad Ovest, il trono della Donna Scarlatta; scene orgiatsiche completavano il quadro. Autore del progetto lo stesso Aleister Crowley - unanimemente ritenuto il massimo satanista del Novecento, specie 



per quanto concerne il satanismo sessuale - al quale si era iniziato dopo il consulto degli i Ching, da cui aveva ricavato il responso positivo per l'opportunità del luogo per la fondazione della sua nuova "religione".  A lui e ad essa si ispireranno autori importanti della cultura del Novecento, da Marylin Manson (ispirazione scontata), a Mick Jagger degli "Stones", ma anche Maugham (ne "Il mago"), Umberto Eco (ne "Il pendolo di Foucault"), o Vincenzo Consolo (in "Nottetempo casa per casa"), per citarne solo alcuni. Vociferazioni affermano che nei riti e nelle liturgie di magia rossa o nera praticata da Crowley venissero immolati anche dei bimbi, sebbene in proposito non vi siano prove certe, anche se la 



"Camera degli incubi", la sua stanza da letto, la meglio conservata, lascia interdetti, con i suoi affreschi e le sue iscrizioni fatte da lui personalmente: “fissa il tuo sorriso demoniaco nella mia mente e immergimi nel cognac e nella cocaina”. C'è dunque la testimonianza certa di una realtà psichica alienata ed alienante, la quale connota peraltro secondo i dati statistici ben il 90% dei satanisti. Del resto della sua depravazione Crowley stesso era ben consapevole, tanto almeno da autodefinirsi "l'uomo più perverso del mondo". Probabilmente il responso degli i Ching non era stato esatto o almeno correttamente interpretato, perché alla popolazione autoctona - avvezza a ben altra realtà, come la magnifica Cattedrale di Cefalù è lì a testimoniare con il suo superbo altare in argento massiccio - l'alienazione del soggetto e la sua depravazione non restarono per niente celate. Il raccapriccio e l'orrore dilagarono subitanei e con essi l'aperta rivolta che - tanto per cambiare - fu capace di farsi udire anche a livello nazionale e di portare infine alla cacciata di Crowley e dei suoi adepti. A quasi un secolo di distanza rimangono sul posto i ruderi fatiscenti dell' "Abbazia di Thelema", che più volte qualcuno ha voluto inopportunamente tentare di recuperare quale realtà culturale, ma che sono lì di fatto a sfregiare un territorio di straordinaria bellezza e valore culturale e - perché no? - religioso. Probabilmente, invece di un recupero, un paio di bulldozer sarebbero più opportuni. Per una bonifica, si capisce, magari alla presenza di qualche capace esorcista...
francesco latteri scholten.