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martedì 23 novembre 2021

In libreria “Scritti su San Tommaso” la nuova monografia universitaria.


 

La nuova monografia è un testo che, finalmente, esce dalle stantie griglie in cui l'Illuminismo aveva costretto l'età di mezzo ed i suoi più autorevoli rappresentanti culturali, ricordiamo tra i diversi, Dante, Petrarca, Boccaccio, San Bonaventura, e tanti altri. Un'età dunque di splendore culturale, architettonico, civile. Fuori dalle griglie di maestro oscurantista che lo attanagliavano anche la straordinaria figura dell'aquinate, che visto da vicino è invero assai simile al Guglielmo da Baskerville de “Il nome della Rosa”. San Tommaso d'Aquino, un personaggio straordinario, nobile e credente, inizia la sua formazione alla laicissima Università di Napoli (da poco fondata), sceglie di entrare in un Ordine mendicante, contro i voleri della famiglia che provvede a farlo sequestrare e manda anche una bella tentatrice... ma lui fugge... Si reca a Colonia ed a Parigi al seguito di Sant'Alberto Magno, cui lo accomuna l'amore per lo studio e la Libertà. Così a Parigi Tommaso sarà sulle barricate con studenti e professori a rivendicare la Libertà di apprendimento e di insegnamento. Con la passione per un sapere a 360°, anche quello non "ortodosso", i due riescono a procurarsi i testi di Aristotele, perduti in Occidente, direttamente dagli arabi,(anche gl'originali greci). Lo Stagirita arriva così di nuovo in Europa ed è tradotto da un amico di Tommaso. Si pongono così le basi di una filosofia cui pilastri sono quelli (confermati dalla scienza contemporanea) del De Anima di Aristotele. In questa nuova monografia ci si avvicina progressivamente alla filosofia e teologia del nostro attraverso le opere dalle prime (De Ente, Ebdomadi, Trinità di Boezio) sino ad una prima esposizione compiuta con la Somma Teologica. Si trattano quindi le nature più elevate, gl'Angeli, la cui trattazione tomista è tra le più celebri. Ci si addentra poi nella Metafisica partendo dalla evoluzione dell' "Essere" dalle prime concezioni indefinite, a quella aristotelica di Coscienza per arrivare a quella tomista di Persona e si procede quindi alla disamina di questa Metafisica con guida il De Veritate... Una succinta esposizione del De Potentia ed infine il De Malo e la demonologia chiudono il volume.

francesco latteri scholten

lunedì 13 gennaio 2020

Sant' Agostino di Ippona il "Sommo Ente" e l'incontro con Gesù bambino.


Sant'agostino, tra i diversi, ci narra un aneddoto denso di significato filosofico. E' necessario però per darne la giusta significazione filosofica fare un passo indietro e tornare ai tempi di Aristotele. In particolare bisogna fare riferimento, per semplicità, al grandissimo testo anzitutto scientifico, prima che filosofico, del "De Anima", le cui osservazioni scientifiche sono sempre state confermate nel corso di secoli e millenni e sono tuttora accettate dalla medicina contemporanea. Ciò ci è necessario per acquisire il concetto più ben formulato che la filosofia abbia dato di Ente, anche se probabilmente inizialmente potrà sembrare che si divaghi un pò, ma si vedrà che così non è. Aristotele parte dalla celeberrima tripartizione dell'anima in vegetativa, sensitiva e razionale, sulla base di osservazioni tecniche fatte sugli organismi viventi. Egli si avvia poi alla prosecuzione con l'altrettanto famosa osservazione che come il triangolo costituisce la figura di base della geometria, alla quale tutte le altre possono lasciarsi ridurre, e le quali tutte quindi lo comprendono, così l'anima vegetativa è quella più semplice ed implicata e contenuta in qualche modo in tutte le altre. Egli disamina quindi prima l'anima vegetativa, poi quella sensitiva ed infine quella razionale. A proposito di quella sensitiva egli analizza il fenomeno della percezione. Per lo stagirita, nella percezione è necessario un rapporto tra percepito e percepiente, ad esempio tra suono ed udito, luce 


e vista, in quanto un percepito troppo debole non è in grado di essere rilevato dall'organo, mentre uno troppo forte lo danneggia. Chiarito questo egli osserva che vi è un "atto primo" del percepire nel quale non vi è alcuna distinzione tra percepiente e percepito, tra soggetto ed oggetto, ma che entrambi li comprende. Esso precede la distinzione soggetto oggetto e quindi la loro relazione, che è l'atto immediatamente successivo. Analogamente accade per l'anima razionale. Esiste cioé un atto assolutamente primo della coscienza, il quale precede la distinzione soggetto oggetto, la loro relazione e tutte le successive, l'atto primo della coscienza, il quale pone il concetto primo di essa, il concetto a monte anche della distinzione tra soggetto ed oggetto, e che li comprende entrambi, indistintamente. Il concetto assolutamente primo il quale comprende tutto ciò che è: è questo l' Ente. L'aneddoto di Sant'Agostino non è meno noto. Pare che egli stesso lo abbia narrato sostenendo di non poter essere certo del fatto di essersi trattato di realtà o di una visione. Il fatto è presto detto. In una bella giornata il nostro si era recato in spiaggia per una passeggiata, aprofittando di avere del tempo libero. Si era così trovato solo, lontano dall'abitato, assorto nei suoi pensieri. La sua conversione era già avvenuta, in maniera ormai ferma e convinta. Ad un certo punto vede sulla riva un bambino, il 


quale, felice, prende con un secchio l'acqua del mare e la riversa nella grossa buca che ha scavato nella spiaggia. Agostino lo osserva per un pò, poi gli chiede: "Cosa fai di bello?" Ed il bambino, di rimando, con un sorriso di una soavità che il filosofo ormai credente ancora non aveva mai visto: "Non vedi, metto il mare in questa grossa buca che ho scavato." Agostino risponde con un sorriso ilare: "Ma non vedi come è grande il mare, come vuoi farlo entrare in quella buca? E poi come, con il secchiello?" Il bambino gli rispose con un sorriso eguale al suo: "E tu allora che vuoi fare entrare Dio nella tua testa, con i tuoi concetti!". La sorpresa volle fargli fissare il bambino, ma questi non c'era più. C'erano solo il mare, immenso, calmo e placido, senz'onda, ed una grossa buca piena d'acqua nella spiaggia. Se ora applichiamo l'aneddoto di Agostino alla trattazione scientifica di Aristotele, ne ricaviamo che Dio è irriducibile all'Ente e quindi a qualsiasi concetto della mente umana. Un millennio 


e molti secoli dopo un altro filosofo, stavolta più nordico, il grande filosofo di Koenigsberg, Immanuel Kant, dimostrerà che la mente umana a proposito di Dio cade inevitabilmente e necessariamente in antinomia: Dio è massimamente pensabile e massimamente inconoscibile. Dio dunque è conoscibile dall'uomo solo nella misura in cui Egli voglia rivelarsi ad esso, e nella misura in cui questi voglia accettare la Sua rivelazione.
francesco latteri scholten.

domenica 15 dicembre 2019

Sant' Ignazio di Loyola e James Joyce, ovvero il "Racconto di un pellegrino" e l' "Ulisse".



"Parla, Musa, tu dell'eroe scaltro a me: di lui che andò tanto vagando poi che di Troia la rocca sacra abbatté; di molti uomini vide la terra e conobbe la mente; e molto l'animo suo patì sul mare per tenere sé stesso e i compagni vivi al ritorno. Ma vano fu di salvare i compagni il desiderio pur grande: ne fece rovina la propria follia; insensati, che i buoi del Sole Iperione mangiarono e quello il giorno a loro negò del ritorno. Tu, di queste avventure da un punto qualsiasi movendo, racconta, o figlia di Zeus, anche a me qualche cosa." E' l'inizio del racconto forse più famoso e bello al quale - da qualche millennio - l'umanità può volgersi. In esso mito e leggenda si fondono. Ma sono anche simbolo e dunque significazione del vero e del reale. Soprattutto sul piano dello psichico. Il ritorno a sé, alla propria casa, il viaggio, il "Dio avverso", il fato, la "Dea che illumina e protegge", il Vate, sono senz'altro "archetipi". Le figure di Calipso, Circe e molte altre lo sono anch'esse. Il soggetto vero del racconto è allora la "Realtà" e la "Verità" della coscienza. Dunque il viaggio dell'uomo ed, insieme, intorno all'uomo. E' questo che sì che "Il più bello e interessante dei soggetti è quello dell'Odissea. E' più grande e umano di quello dell' Amleto, superiore al Don Chisciotte, a Dante, al Faust ... A Roma, quando avevo finito circa la metà del Portait, mi resi conto che l'Odissea doveva esserne il seguito."(James Joyce). Un "A Portrait of the Artist" è di per sé luogo di elezione per il confronto, con sé, certo, ma anche con l' "uomo", meglio l'umanità, cui ciascuno di noi partecipa. Con la nostra vita, che altro non è 


se non un pellegrinare in questo mondo. Un continuo trascendersi per approdare ad altro, ad altro sito "oltre". Un continuo cercarsi anche da questo oltre e, al tempo stesso, trascendere anche da esso per un altro "oltre", di là dal primo, e così via, inseguendo l'infinito e l'eterno e sé, la propria identità e dunque il passato perduto, affidato ormai alla Musa che assolve il compito di Memoria. Il "viaggio" moderno di Joyce è emulo dell'antico omerico. Riprende archetipi e tematiche rielaborandole totalmente dando di volta in volta più esplicitezza o meno, più allegoria o meno, spesso meno suspense ma più divertissement. Non è più un viaggio periglioso di anni ed anni, ma un viaggio attraverso diciotto episodi, ciascuno caratteristico e connotato da un proprio stile letterario, snodantesi nelle ventiquattro ore di una giornata "tipo". In Joyce - a differenza che in Omero - appare ed è esplicitato il vero tema di fondo di qualsiasi viaggio dell'uomo ed intorno all'uomo: il tema della riconciliazione. Vi sono infatti due personaggi, apparentemente distinti, Stephen Dedalus e Leopold Bluhm, i quali sono in realtà la stessa persona. La riconciliazione è la tematica che si nasconde dietro la ricerca di Stephen Dedalus, la ricerca di un padre, e quella di Leopold Bluhm, la ricerca di un figlio. E' lo stesso personaggio il cui Io da giovane deve divenire figlio del proprio Io maturo ed il cui Io maturo deve divenire padre del proprio Io da giovane. Dunque la riconciliazione di sé con sé, ciò che ogni peregrinare umano implica. Da essa solo può sorgere lo Spirito da cui iniziare una vita nuova. L'io da giovane divenuto figlio dell'io maturo e questi padre di quello è l'armonia di sé con sé, lo Spirito da cui l'uomo può trovare l'armonia anche con l' Altro, con il Mondo. E' l'unitrinitarietà psichica dell'uomo. E' la realtà che 


l'uomo è chiamato a cercare e trovare. E' il passaggio ad una realtà successiva e superiore cui il soggetto va ad innalzarsi. Ma è alle soglie di questa che Joyce si arresta. Se per Joyce il confronto con sé ed il peregrinare umano arriva spinto dalla vita e dalla letteratura, per Sant'Ignazio di Loyola la "spinta" è quella ben più potente di una cannonata che durante l'assedio di Pamplona gli spezzerà una gamba e lo ferirà all'altra. Il lungo e tormentato, ma soprattutto assai doloroso, periodo di convalescenza lo costringe a protratta forzata inattività e le uniche letture che trova disponibili sono religiose. Il confronto con sé, il viaggio dell'uomo e intorno all'uomo di Sant'Ignazio di Loyola inizia così. Finisce l'immersione piena in una mondanità fatua che lo aveva caratterizzato sino ad allora, parte la ricerca del "vero" e di una vita autentica. Inizia il peregrinare vero che, tormentoso, lo porterà alla Santità. Il peregrinare di Sant'Ignazio, a differenza di quello laico di Joyce, ha un riferimento, una stella polare. Lo aveva del resto già anche il racconto antico, quello omerico. Lì si trattava di Atena, la "Dea dagli occhi splendenti" come la definiva lo stesso Omero. La figlia di Zeus nata dal suo stesso cervello, la Dea della "Ragione" che guiderà, non solo Odisseo, ma l'uomo greco dal politeismo al monotesimo del Lògos. Lògos cui l'evangelista San Giovanni dedicherà il celebre inno posto al principio del suo evangelo della vita di ns Signore Gesù Cristo, il quale sarà la stella polare di Sant'Ignazio. Si tratta del "Sole" dal quale trarrà continuamente energia salvifica per sé e per gl'altri. Già gl'occhi splendenti di Atena avevano illuminato alla "Ragione" Odisseo, guidandolo al discernimento del "Vero" negli accadimenti, nel fato, nelle vicende umane e nella realtà degli uomini, spogliando del velo delle apparenze. Il "Sole" 


ignaziano comprende in sé anche ciò che era proprio degli occhi splendenti di Atena, ma lo supera collocandosi ad un livello più alto, quello della Carità, dell'Amore, che comprende in sé anche la Ragione e la razionalità, ma li comprende per oltrepassarli. C'è dunque un "Vero" nuovo e più alto di quello di Atena nel quale quello è compreso. Sarà esso a dare forza e vita, ad illuminare per distinguere lo "Spirito Buono" da quello "Cattivo". Sarà esso a guidare l'uomo alla riconciliazione che non è più - come per Joyce - semplicemente riconciliazione con sé e con l' Altro, perciò una riconciliazione a due termini, ma a tre: riconciliazione con Dio, con sé e con l'Altro. Un grandissimo peregrino dello Spirito, laico al pari di Joyce, chiudeva "Aurora" con il bellissimo aforisma: "575. Noi aereonauti dello Spirito! - Tutti questi temerari uccelli che volano lì in lontananza, in estrema lontananza, - di sicuro! a un certo punto non potranno più andar oltre e si appollaieranno sull'albero di una nave o su un piccolo scoglio - e grati per giunta di questo misero rigugio! Ma a chi sarebbe lecito trarne la conclusione che dinanzi a loro non c'è più nessuna immensa, libera via, che essi sono volati tanto lontano quanto si può volare! Tutti i nostri maestri e precursori hanno finito per arrestarsi, e non è il gesto più nobile e leggiadro quello con cui la stanchezza si arresta: anche a me e a te accadrà così! Ma cosa importa di me e di te! Altri uccelli voleranno oltre! Questa nostra consapevolezza e fiducia spicca il volo con essi facendo a gara nel volare in alto, sale a picco sul nostro capo e oltre la sua impotenza, lassù in alto, e di là guarda nella lontananza, antivede stormi di uccelli molto più possenti di quel che siamo noi, che aneleranno quel che noi anelammo, in quella direzione dove tutto è ancora mare, mare, mare! - E dove vogliamo dunque arrivare? Al di là del mare? Dove ci trascina questa potente brama, che per noi è più forte di qualsiasi altro desiderio? Perché proprio in questa direzione, laggiù dove fino ad oggi sono tramontati tutti i soli dell'umanità? Si dirà forse un giorno di noi che, volgendo la prua ad occidente, anche noi speravamo di raggiungere le Indie, - ma che nostro destino fu quello di naufragare nell'infinito? Oppure, fratelli miei? Oppure? -" (Nietzsche, Aurora, af. 575) Si tratta dell'ultima peregrinazione di Odisseo, quella che lo porterà a partire per il viaggio oltre le "Colonne d'Ercole". L'uomo, come osserva giustamente Sartre, è strutturalmente trascendente e perciò libero. Ma, proprio per questo, aggiungo io, l'uomo è aperto al trascendente. Stephen Dedalus / Leopold Bluhm nell'ultima peregrinazione di Odisseo, quella oltre le "Colonne d'Ercole" cioè oltre il conosciuto umano, cioé verso Dio, è destinato, al pari di Nietzsche, al naufragio, perché non ci si può incontrare con ciò a cui ci si chiude, con ciò che si rifiuta. Odisseo, disparso agli occhi degl'uomini, ha forse potuto rivedere quelli splendenti della sua Atena, Sant'Ignazio, di sicuro, quelli di ns Signore Gesù Cristo.
francesco latteri scholten.

lunedì 23 settembre 2019

Quando Dio si nasconde dietro la matematica


Di Nicoletta Latteri
C’è un tema che agita il mondo della scienza fin dai suoi albori ed è l’infinito, l’indimostrabile problema sulle tracce del quale alcune delle più grandi menti matematiche hanno perso la ragione e che da alcuni è stato definito il santo Graal della matematica. Ciò che lo rende così irresistibile per molti studiosi non sono solo le difficoltà che porta con sé, ma anche l’essere stato accostato al concetto di Dio, al punto da venire usato come suo sinonimo. Al di là delle affinità teologiche, Dio e l’infinito hanno in comune il fatto di costituire uno dei problemi matematici di più difficile soluzione. Solo alla fine dell’ 800 Georg Cantor riuscì a fornire alla discussione sull’infinito, che si trascinava sin dall’antichità, un nuovo assetto e nuove prospettive risolvendo gli ostacoli che 


avevano ancora bloccato Galilei e fornendo una legittima riproposizione dell’infinito attuale; egli infatti riuscì a dimostrare che non tutti gli infiniti sono uguali e che vi sono più livelli di infinito, in questo contesto ebbe bisogno di una nuova notazione per definirli e decise di indicarli usando la prima lettera dell’alfabeto ebraico l’alef: א, simbolo di Dio e della sua infinità, inoltre la prima lettera l’א avrebbe segnato l’inizio di una nuova epoca matematica, quella dell’infinito attuale. L’ultimo di questi livelli di א fu definito da Cantor assoluto, un concetto che esulava dall’analisi e dal rigore logico-matematico, la cui formulazione ricorda in qualche modo l’infinito di alcuni teologi medievali e del Cusano. Cantor diede anche un nome all’ultimo livello di infinito, lo chiamò Dio. Forse per qualche attimo si diffuse l’illusione di 


poter essere vicini al trovare la formula di Dio, ma non fu così. Ancora una volta l’uomo inseguendo l’antico mito di poter giungere alla conoscenza di Dio, tramite il superamento di ogni limite umano grazie alla scienza, rischiò di perdere le sue certezze, infatti, il grande matematico non riuscì a difendere la sua ipotesi del continuo dai forti attacchi e nel tentare di confermarla perse la ragione in quello che oggi verrebbe chiamato esaurimento nervoso da sforzo. In questo la ricerca dell’infinito matematico ricorda molto la legenda del Santo Graal, e, come in una fiaba appunto, dopo di lui arrivò un ragazzo: Gödel che riuscì dimostrare che l’ipotesi delcontinuo di Cantor era compatibile con gli altri assiomi della teoria degli insiemi, ma lo fece in un modo del tutto 

inaspettato e rivoluzionario per quanto riguarda tutta la storia delle scienze: dimostrò che non era dimostrabile, in quanto all’interno di un sistema rigorosamente assiomatico, come formulato da Russell e Whitehead neiPrincipia matematica, esistono proposizioni che sono indecidibili, quindi non dimostrabili, non perché sbagliate ma perché non dimostrabili. Era il famoso teorema dell’incompletezza, grazie al quale la matematica smise di essere una scienza esatta, le ricerche rivoluzionarie sull’infinito tuttavia erano salve. Non è un caso però se, quando morì negli anni 70, Gödel che intanto era diventato il più grande matematico del 900, e forse di sempre, stava lavorando alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, forse dopo avere risolto problemi plurisecolari che avevano imbrigliato l’infinito, era passato all’altro problema, affine ma ben più prelibato senza tuttavia riuscirci, anch’egli in fine vittima di un esaurimento nervoso. 


Quindi, con buona pace di chi afferma che la scienza ha dimostrato l’inesistenza di Dio, una valida dimostrazione dell’esistenza di Dio o una sua negazione, che più o meno si equivalgono in fatto di difficoltà, continua a sfuggire anche ai matematici più geniali ed in una scienza basata su dimostrazioni e confutazioni ogni altra cosa che esuli dal processo scientifico non ha valore o ragione d’essere. Così in conclusione per quanti scienziati si prodigheranno nel dire che Dio non esiste e faranno d tutto per riuscire ad estromettere il concetto di Dio dalla scienza stessa, altrettanti cercheranno di dimostrarne l’esistenza, perché non c’è niente che attiri maggiormente l’animo umano più di un problema non risolto, un qualcosa in cui tutti gli altri hanno fallito… la ricerca continuerà e gli scienziati continueranno a cercare Dio fosse anche solo per riuscire finalmente a negarne l’esistenza.
NB : pubblicato con il consenso dell'autrice, sotto il link origine

martedì 10 luglio 2018

Edith Stein e l'aristotelotomismo tra scienza e fede.


Le fondamenta portanti della Metafisica aristotelotomista sono poste da Aristotele in quell'opera che dovrebbe essere ad essa propedeutica ed in conclusione alla quale anche si rimanda alla Metafisica: il De Anima o Perì Psyches. Ebbene queste fondamenta sono scientifiche e confermate dalla scienza contemporanea a cominciare dall'evoluzionismo, dalla tripartizione del sistema nervoso (anima vegetativa, sensitiva e razionale), dalla percezione sensoriale e dal suo modus, alla stessa definizione di Ente (il Concetto assolutamente primo della ns Mente). Ciò che invece a partire dal fondatore delle neuroscienze moderne, Jean Martin Charcot, Maestro di Freud, da Freud, Jung e tutti gl'altri è stato dimostrato non corrispondere sono le “Categorie”. Edith Stein, ebrea tedesca inizialmente laica e seguace delle correnti moderne in linea con le scienze contemporanee, con la conversione al cattolicesimo integra queste concezioni moderne con quelle antiche confermate dalla Scienza. Il risultato è un quadro affascinante 


scientificamente fondato e fondato sulla Fede: la completa Filosofia contemporanea. Quando Filippo il macedone prima ed Alessandro magno poi mandavano in perlustrazione spie e pionieri, quasi sempre erano accompagnati dagl'assistenti del primo scienziato di corte: Aristotele. Essi avevano l'ordine di osservare ed eventualmente repertare flora, fauna e fossili e lo facevano con grande attenzione. Egualmente con grande attenzione veniva eseguito lo studio degl'embrioni. Da qui il convincimento - 2.300 anni prima di Darwin - che la vita si evolvesse dalle forme più semplici a quelle più complesse. E, così come il triangolo è la figura geometrica più semplice e perciò prima e per questo compresa nelle successive più complese, così anche per l' "Anima", inizialmente solo vegetativa, poi anche sensitiva ed infine pure razionale. Realtà condivise dalla medicina moderna e contemporanea. Ma non finisce qui, quando infatti lo stagirita comincia ad occuparsi del senso e della sensazione, della percezione, lo fa di 


nuovo anticipando la medicina dell'ultima settantina d'anni: perché possa esserci sensazione è necessario che il percepito (la medicina contemporanea lo chiama stimolo) superi una soglia minima e che si mantenga al di sotto di una soglia massima altrimenti si ha la distruzione dell'organo di senso, come per l'occhio con la luce troppo intensa o per l'orecchio con il suono troppo forte. E' necessario inoltre che entrambi, soggetto ed oggetto siano simultaneamente in atto: che cioé la lampada che può anche essere solo illuminante in potenza, ovvero spenta, sia illuminante in atto, ovvero accesa; e che l'occhio guardi. Analogamente per gl'altri sensi. Quando questo accade si ha un momento primo del percepire, in cui illuminante in atto e vedente in atto sono simultaneamente uniti. Soggetto ed oggetto sono pertanto ancora indistinti in esso, o in altri termini la loro distinzione è successiva. E' questo 


l'istante in cui avviene anche la connessione al piano successivo, quello dell'Anima Razionale: anche qui è necessario che intelletto ed intelligibile siano entrambi in atto ed anche qui si ha un termine assolutamente primo in cui intelligente ed intelligibile sono simultaneamente uniti e che precede la successiva distinzione di soggetto ed oggetto. Questo termine è l'Ente, realtà assolutamente prima ed indefinibile che comprende in sé tutto ciò che è e può essere. E' quanto confermato anche dalle neuroscienze contemporanee. Ciò di cui invece le neuroscienze contemporanee, a partire da Jean Martin Charcot alla Salpetriere, ma poi anche Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e tutti gl'altri, hanno dimostrato non corrispondere sono le famose “Categorie”. Aristotele, inizialmente, ne annoverava 10, categorie della realtà, di cui le più importanti erano la sostanza e l'accidente, nel corso dei secoli il numero è stato ora 


accresciuto, ora diminuito. Ultimo Immanuel Kant le aveva ridotte a due in cui confluivano tutte le altre: lo Spazio ed il Tempo ed erano categorie della Mente (la famosa "rivoluzione copernicana" di Kant).  Ebbene si è dimostrato inconfutabilmente, con Aristotele e contro Kant, che Spazio e Tempo sono categorie non della ns Mente, bensì del mondo esterno nel quale, sin dalla nascita, siamo coerciti. Si pone allora il problema di come proceda nel suo lavoro la ns Mente. Charcot qui ha posto le basi, ma quello cui si deve la definitiva chiarificazione è il suo allievo Sigmund Freud: la ns Mente procede ordinando ed associando i ns vissuti in base alla loro forza, a quella delle pulsioni in atto al momento in cui furono vissuti ed al presente. E' tassello che Edith Stein incorpora nell'aristotelotomismo classico. L'opera di riferimento è “Psicologia e Scienze dello Spirito”. Il terzo livello del “De Anima”, ovvero l'anima razionale assume la seguente configurazione: 1° livello, Psiche: la forza vitale “colora” i vissuti; 2°livello: Coscienza: l'io ed i suoi vissuti; 3° livello, lo Spirito. L'analisi della Stein 


dà dunque conto della spiritualità quale forma più alta della realtà umana. Questa concezione, in linea con i risultati delle moderne neuroscienze, consentead Edith Stein il passaggio successivo: “Dalla psicologia il suo sguardo indagatore si amplia alle scienze sello Spirito, passando da un'analisi riferita al singolo individuo ai legami intersoggettivi che trovano la loro espressione più naturale nella comunità (Angela Ales Bello)”. La Scienza contemporanea dunque, lungi dall' "affossare" la "vecchia" Metafisica, ne dimostra scientificamente i fondamenti, che ancor prima che fondamenti di chi asserirà poi "Cogito ergo Sum" sono quelli di chi afferma "Cogito ergo Deus existit"...
francesco latteri scholten.

sabato 1 aprile 2017

Due grandi pensatori del Novecento a confronto: Edith Stein, la santa e martire, e Jean Paul Sartre, l’ateo che a volte ha vissuto come se Dio ci fosse.


Due grandi figure di quella che è stata la più cospicua corrente filosofica del Novecento, quella fenomenologico esistenzialista, che ascrive a proprio padre Edmund Husserl. Edith Stein fu sua assistente, Sartre il principale diffusore in Francia del suo pensiero. Riferimento precipuo sono l’ “intenzionalità”, l’ “epoche”, la ripresa e lo sviluppo del “cogito” cartesiano, il “mondo della vita”.
Sono i temi ripresi e portati avanti – spesso anche con profondi distinguo – dai discepoli. Anche dai due nostri. L'andamento generale dell'evoluzione o dello sviluppo del pensiero della Stein è - a grandi linee - similare a quello del filosofo francese. Anche la filosofa tedesca partendo dalla intenzionalità di Husserl guarda dapprima al soggetto, alla persona, per volgersi poi alla comunità, alla società, allo stato. In Sartre lo spostamento è più progressivo e l'oggetto del suo interesse è prima il soggetto, ne "La trascendance de l'ego" e "L'etre et le néant" poi la società nelle due "Critique" ed in fine la morale negl'incompiuti e bellissimi "Cahiérs". Nella Stein c'è - fin dall'inizio - una maggiore interconnessione, un maggior intreccio, ci si muove, già da quella che è la sua prima opera, pubblicata come saggio - "Psicologia e scienze dello spirito" (1922) - dalla persona, ma già in questo stesso saggio la concezione della persona è subito relazionata alla concezione della comunità e dello stato che trovano una loro esposizione nella seconda parte dello stesso. L'interesse si volge alla società già nel 1925 con "Lo 


Stato", ma si indirizza poi in maniera decisa - e ciò sarà fondamentale - allo studio di Tommaso d' Aquino. Questo percorso e soprattutto il punto di partenza diverso da quello sartriano, la tesi di laurea della Stein è sul "Problema della empatia", e quindi su una diversa impostazione della interpretazione dell'intenzionalità husserliana, le consentiranno di non cadere nella empasse intenzionalizzante / intenzionalizzato dalla quale non riuscirà ad uscire Sartre e che infine porteranno il francese a "lo sguardo pietrifica l'altro". La concezione di Edith Stein ne "La struttura della persona umana" è insieme simile e diversa a quella del francese. E' simile la concezione dell'intenzionalità, ma sono diversi e gl'approcci e gli sviluppi, è quasi identica la concezione del "sé", ma è diversa quella dell' "Io" dove la Stein riprende l' "Io" puro di Husserl che Sartre nega, è praticamente identico il concetto di habitus che la Stein riprende da Tommaso, anche se Sartre non lo riprende da Tommaso e lo chiama "qualità", ma è un termine che usa anche la Stein, ma alla filosofa tedesca ciò consente di riprendere l'etica tomista, il francese, alla fine di "L'etre et le néant" si capacita che tutta la tematica svolta nell'opera rimanda di necessità ad una morale e da questa necessità prenderà le mosse proprio per lo sviluppo dei "Cahiers pour une morale", cui lavoreà per tutta la vita, ma che resteranno incompiuti. Nella sua prima opera "Psicologia e scienze dello spirito" la 


Stein inizia la sua analisi dalla disamina dei vissuti e del loro flusso.
Il flusso di coscienza originario è un puro divenire; da lì fluisce il vivere e il nuovo vi si aggiunge in una produzione continua, senza che ci si possa chiedere "per mezzo di che cosa" quello che diviene è prodotto, ovvero causato. In nessun punto del flusso la nascita di una fase da un'altra può essere considerata un "essere causato": una emerge dall'altra e il "donde" originario rimane nell'oscurità. Mentre le fasi fluiscono le une nelle altre, non si costituisce una serie di fasi interrotte, ma più propriamente un flusso unico e in continua crescita. Non avrebbe neanche senso, perciò, chiedersi se vi sia una "connessione" di fasi: una connessione è necessaria soltanto per gli anelli di una catena, ma non per un continuum indiviso ed indivisibile.
E' il punto da cui era partito anche Sartre, che parimenti vi era rimasto affascinato, e da esso aveva tratto la conclusione della natura trascendente ed autotrascendente dell' "Io", dell' "Egò", ed il suo continuo prodursi, - poiein?-, anch'esso in qualche modo inspiegabile per il francese, al punto da usare per definire questo processo la parola "magico". Lo sguardo della Stein è diverso, c'è una osservazione importante già nel brano citato:
In nessun punto del flusso la nascita di una fase da un'altra può essere considerata un "essere causato": una emerge dall'altra e il "donde" originario rimane nell'oscurità.


Ella si connette - anche se in senso negativo - e perciò più propriamente si distanzia dalla causalità, dal principio di causalità quale esso è inteso in senso comune, ossia alla causalità fisica. E' una posizione - e lo sivedrà meglio - che porterà la filosofa tedesca a distinguere la causalità psichica da quella fisica. Il brano successivo ci mostra proprio come lo sguardo della Stein apra un orizzonte completamente diverso da quello del francese:
Allora, come si giunge a parlare di vissuti "nel" flusso e di una relazione o connessione di tali vissuti? Prima di poter dare una risposta a questa domanda, dobbiamo osservare ancora più da vicino questo prodotto particolare, cioè il flusso continuo e la modalità del divenire che in esso si presenta. Non v'è tra le fasi una divisione tale che, con il divenire della nuova svanisce di volta in volta, anche la vecchia, sparendo nel nulla; se ciò accadesse, avremmo sempre soltanto una fase singola e non si potrebbe produrre un flusso unitario. Non accade nemmeno che ciò che si produce di volta in volta si irrigidisca nel divenire e rimanendo fermo a quel punto perisca morto, fisso e immutabile, mentre il nuovo diviene e vi si aggiunge, come in uno sviluppo lineare. Nel flusso ci sono entrambi gl'aspetti, senza però che esso si identifichi con nessuno dei due.
Sartre si era volto a questo aspetto dopo aver guadagnato il concetto che l' ego debba necessariamente avere per sua stessa natura una struttura trascendente, - La trascendance de l'ego - appunto, esso è "Nulla" perchè l' "essere" è anzitutto ciò che è, è ousia, è cosa, è tutto ciò che è 


intenzionalizzabile, perciò l'intenzionalizzato tout court. Si noti con attenzione che qui, è altra differenza fondamentale con la Stein, Sartre prescinde dal concetto aristotelico di analogia dell'essere. L'essere proprio dell' Essere, non sarà per il francese, come per Aristotele, Tommaso e la Stein, quello di essere atto e quindi trascendenza ed "intenzionalizzante", ma quello di essere cosa, di essere "intenzionalizzato".
Per il francese l’essere è l’en soi, l’essere del fenomeno:
L’essere non è rapporto a sé, è sé. E’ immanenza che non può realizzarsi, affermazione che non può affermarsi, attività che non può agire perché si è inceppata da sé stessa (…). L’essere è opaco a sé stesso perché è ricolmo di sé stesso. Questo fatto lo esprimeremo meglio dicendo che l’essere è ciò che è (…). L’essere in sé non ha affatto un di dentro, che si opponga a un di fuori (…). L’essere in sé non ha segreti: è massiccio (…). L’essere è isolato nel suo essere e non ha alcun rapporto con ciò che non è lui (…). E’ piena positività. Non conosce dunque l’alterità (…). E’ se stesso indefinitamente e, nell’esserlo, dà fondo a sé stesso. Da questo punto di vista vedremo più tardi che sfugge alla temporalità (…). L’essere non può né essere derivato dal possibile, né essere ricondotto al necessario (…). L’essere in sé non è mai né possibile né impossibile, esso è (…). L’essere è. L’essere è in sé. L’essere è ciò che è.
Ad esso si contrappone l’essere della coscienza che è – invece – pour soi, questo, a differenza del primo si 


autocrea continuamente nel tempo e non può coincidere con sé. Esso, assolutamente antitetico all’in sé, si configura palesemente come non essere. Il pour soi nasce dalla lacerazione, dall’annullamento dell’essere. In altri termini: Il nulla è la condizione necessaria e assoluta del per sé. E’ ciò che lacera l’essere dal suo stesso interno. E’ un’esperienza di non essere radicale che il soggetto compie nel suo stesso essere e agire concreto (S. Moravia, Introduzione a Sartre.)
Perciò qui per il francese si aprirà, nel seno stesso della coscienza, quella spaccatura insanabile che la caratterizzerà strutturalmente, perchè essa sarà al tempo stesso - e strutturalmente - intenzionalizzante in atto e perciò trascendente e dunque "Nulla" ed, insieme, "essere", intenzionalizzato e, ricordiamo, anche il "vissuto" è un intenzionalizzato. Lo sguardo interpretativo della Stein riesce ad evitare tutto questo ed a dischiudere un orizzonte diverso, un orizzonte sereno, pacifico, senza spaccature. In questa concezione si concretizza insieme la vicinanza e la diversità con Nietzsche e con Freud.Nietzsche sosteneva che:
Ciò che mi divide nel modo più profondo dai metafisici è questo: non concedo loro che l' "io" sia ciò che pensa; al contrario, considero l' "io" stesso una costruzione del pensiero, dello stesso valore di "materia", "cosa", "sostanza", "individuo", "scopo", "numero"; quindi solo una finzione regolativa col cui aiuto si introduce, si inventa, in un mondo del divenire, una specie di stabilità e quindi di "conoscibilità". Il credere alla grammatica, al soggeto ed oggetto grammaticale, ai verbi, ha soggiogato finora la metafisica; io insegno ad abiurare questa fede. E' il pensiero che pone l' "io", ma si è finora 


creduto, come crede il "popolo", che nell' "io penso" ci fosse qualcosa di immediatamente certo e che questo "io" fosse la causa data del pensiero; secondo un'analogia con questa abbiamo "inteso" tutti gli altri rapporti causali. Per quanto consueta e indispensabile questa funzione possa essere, niente dimostra che la sua natura non sia fittizia. Qualcosa può essere condizione di vita e tuttavia falso(F. Nietzsche, Frammenti postumi 1884 – 1885.
Di contro per Freud ciò che chiamiamo “io” è dato dalla unità o meglio unificazione degli “erlebnisse” in base alla loro forza pulsionale e non in base alla loro successione temporale. Da ciò segue che l’ “io” è una realtà anzitutto pulsionale, qui la vicinanza di Freud a Nietzsche, e segue che l’uomo non è più animale razionale. Anche se sono ovviamente indipendenti, Freud dà così – in qualche modo - una base scientifica allo “Spirito Dionisiaco” di Nietzsche. La distanza dei nostri due con Freud e Nietzsche non è tuttavia incolmabile, infatti tanto Sartre quanto la Stein ammettono che l’attività dell’ “io” cosciente è sempre intenzionale sebbene questa intenzionalità sia sempre in uno stato emozionale. Da qui: a) l’ “io” è sintesi di intenzionalità e pulsionalità; b) l’ “io” ha sempre un habitus (è il termine di Tommaso ripreso da Edith Stein) o qualità (è il termine corrispettivo di Sartre). C’è dunque una grande affinità nella concezione del soggetto anche se Freud e Nietzsche danno una prevalenza alla pulsionalità, laddove la connotazione temporale degli erlebnisse in Sartre e nella Stein finisce con il dare una maggior prevalenza razionale.
francesco latteri scholten.